venerdì 29 maggio 2026
Difendere il made in Italy significa tutelare imprese, lavoro, qualità e concorrenza leale contro chi non rispetta gli stessi standard.
C’è un modo sbagliato di difendere il made in Italy: invocare protezioni, sussidi, barriere, privilegi. E c’è, al contrario, un modo giusto: pretendere che chi compete sullo stesso mercato rispetti le medesime regole, gli stessi controlli e standard. Non si tratta di costruire l’ennesimo recinto, quanto di impedire che la concorrenza venga falsata da prodotti venduti in Europa a condizioni che le imprese italiane non potrebbero mai praticare.
Il pomodoro italiano non è solo un prodotto agricolo o industriale. È una filiera complessa, fatta di imprese di trasformazione, agricoltori, lavoratori, esportatori, logistica, territori, marchi, competenze accumulate nel tempo. Secondo i dati richiamati dal Sole 24 Ore, il comparto vale circa 5,2 miliardi di euro nel 2025; con i legumi si arriva a 6,4 miliardi. Oltre metà della produzione viene esportata. Dietro questi numeri vi sono circa 10mila lavoratori fissi, 25mila stagionali e un indotto rilevante.
Il calo dell’export, registrato per la prima volta dopo dieci anni, non è un incidente statistico: meno 8 per cento in valore e meno 2 per cento in volume rispetto al 2024. Il prodotto italiano continua a essere richiesto, ma deve misurarsi con una pressione crescente su prezzi, margini e capacità di competere. Il mercato funziona quando il confronto è aperto, trasparente, fondato su qualità, efficienza, innovazione e reputazione. Non funziona invece quando alcuni operatori sopportano costi elevati per rispettare regole rigorose, mentre altri immettono prodotti ottenuti con standard inferiori o controlli meno incisivi.
Qui torna utile una lezione di Ludwig von Mises: l’economia non è un congegno da manovrare dall’alto, è un processo di azioni, scambi, informazioni e correzione degli errori. La cooperazione volontaria consente a ciascuno di perseguire i propri fini servendo anche quelli altrui; l’intervento mal congegnato, invece, produce spesso conseguenze opposte a quelle promesse. Applicata al pomodoro, questa lezione è semplice: non servono comandi, piani o prezzi amministrati; servono regole uguali, contratti affidabili, controlli seri e libertà di produrre.
La reciprocità nei controlli non è protezionismo. È il minimo presidio di una concorrenza leale. Se un’impresa italiana deve rispettare determinate regole per trasformare, confezionare, esportare e vendere, non è accettabile che merci provenienti da Paesi terzi entrino nello stesso mercato senza verifiche equivalenti. La libertà economica non coincide con l’anarchia dei requisiti. Il commercio internazionale è una conquista quando amplia la scelta e premia chi produce meglio. Diversamente, diventa una finzione quando l’apertura avvantaggia chi non sopporta gli stessi oneri.
Difendere il pomodoro italiano significa difendere il consumatore prima ancora del produttore. Chi acquista una passata, una polpa, un concentrato o un sugo deve sapere che cosa compra e da dove proviene la materia prima. La reputazione del made in Italy nasce da un rapporto fiduciario costruito nel tempo: una volta incrinata, non si ricostruisce per decreto.
C’è poi il nodo dell’energia. Per un comparto che trasforma, conserva ed esporta, il costo delle bollette non è un dettaglio: può decidere margini e presenza sui mercati esteri. Se altri concorrenti europei producono con costi molto più bassi, la gara non si gioca più solo sulla qualità, ma sul peso del sistema-Paese. La risposta, però, non può essere il sussidio permanente. Serve un assetto energetico stabile, competitivo e meno gravato da scelte politiche miopi. Quando produrre costa troppo per gli oneri scaricati dal sistema, il problema non è il mercato: è il potere pubblico che frena chi vuole investire ed esportare.
La filiera del pomodoro mostra quindi bene un paradosso italiano. Si celebra il made in Italy nei convegni, nelle campagne istituzionali, nelle fiere internazionali; poi chi produce davvero deve affrontare burocrazia, costo del lavoro, energia cara, incertezza normativa, controlli onerosi e concorrenza estera non sempre sottoposta agli stessi vincoli. Non si può chiedere alle imprese di essere ambasciatrici dell’Italia nel mondo e lasciarle sole davanti a regole asimmetriche. La retorica dell’eccellenza non basta se non viene accompagnata da un ordinamento che consenta a quell’eccellenza di respirare, innovare e competere.
Essere favorevoli al prodotto del nostro Paese non significa chiudere le frontiere a quello degli altri. Significa pretendere etichette chiare, controlli seri, tracciabilità effettiva, pari condizioni di accesso al mercato e rimozione degli ostacoli interni che penalizzano chi produce. Un sano patriottismo economico non distribuisce favori: difende il lavoro ben fatto dalla concorrenza sleale e libera l’impresa dagli svantaggi creati dal cattivo governo.
Anche il dialogo tra parte agricola e industria è decisivo. Senza materia prima di qualità non c’è trasformazione di qualità; senza industria forte non c’è sbocco remunerativo per l’agricoltura. Una filiera matura non vive di imposizioni dall’alto, bensì di accordi chiari, tempi certi, prezzi sostenibili, responsabilità reciproche. Dove il contratto funziona, il potere pubblico deve fare un passo indietro; dove il mercato viene falsato, deve garantire regole uguali per tutti.
Il pomodoro italiano merita, pertanto, tutela non perché italiano in senso retorico, ma perché rappresenta un modello produttivo fondato su qualità, impresa, lavoro, reputazione e capacità di esportare. Questa vicenda insegna che servono meno ostacoli interni e più serietà nei controlli esterni; meno propaganda sul made in Italy e più libertà per chi lo costruisce ogni giorno; meno sussidi e più certezza delle regole.
La vera difesa del prodotto del Belpaese non passa dal protezionismo, ma dalla lealtà. La qualità deve poter prevalere senza essere penalizzata da regole asimmetriche; gli investimenti seri non devono essere travolti da una concorrenza opaca. Il mercato aperto è una ricchezza quando premia merito, efficienza e reputazione; diventa una finzione quando alcuni corrono senza pesi mentre altri gareggiano con il freno tirato.
Il pomodoro italiano non domanda privilegi. Domanda ciò che ogni impresa libera dovrebbe poter pretendere: competere ad armi pari.
di Sandro Scoppa