Electrolux, il manifesto della deindustrializzazione europea

martedì 26 maggio 2026


Sono 1.719 i licenziamenti previsti dal piano di Electrolux: 994 operai e 725 impiegati. I tagli riguarderebbero tutti gli stabilimenti: Susegana, Porcia, Solaro, Forlì e Cerreto dEsi. Per quest’ultimo stabilimento è prevista la chiusura. È quanto emergerebbe dal piano illustrato dall’azienda al tavolo al Mimit. L’industria europea sembra essere al tramonto. Era il luogo dove il Novecento costruiva benessere, ascensore sociale, classe media, dignità. C’erano le tute blu, le sirene all’alba, le mani sporche di grasso e il frigorifero acceso in cucina come simbolo di una prosperità conquistata pezzo dopo pezzo. Oggi quel mondo entra in una slide di Electrolux e fa paura. Dodici stabilimenti europei dell’elettrodomestico chiusi o in chiusura dal 2024. Perché? Acciaio europeo più caro del 31 per cento rispetto alla Cina. Energia quasi doppia rispetto all’Asia. Manodopera fino a otto volte superiore ai concorrenti asiatici. Ecco il manifesto della deindustrializzazione europea. C’è una frase, nelle carte presentate al Mimit, che suona come un epitaffio: “Il contesto non è più sostenibile nell’attuale assetto”. Tradotto: produrre in Europa è diventato economicamente irrazionale. Per anni l’Occidente si è raccontato una favola. L’idea che si potesse vivere di regolamenti, finanza, servizi, algoritmi e buoni sentimenti, lasciando la fatica della produzione agli altri. Noi avremmo custodito i diritti, gli altri avrebbero costruito i frigoriferi. Noi la transizione ecologica, loro il fumo delle acciaierie. Noi le conferenze sul clima, loro le centrali a carbone. La globalizzazione doveva essere un banchetto cosmopolita. Si è trasformata in una guerra industriale combattuta senza che gli Usa e, soprattutto, l’Europa se ne accorgessero.

La Cina stravince. Protegge. Pianifica. Usa energia a basso costo, moneta, materie prime e dumping sociale come strumenti geopolitici. L’Asia produce a costi irraggiungibili per qualunque industria europea sottoposta contemporaneamente a tassazione ambientale, rigidità burocratiche e prezzi energetici fuori scala. E così accade il paradosso. L’Ue si impone standard ecologici sempre più severi, mentre importa prodotti realizzati in Paesi che quegli standard non li rispettano. Chiudiamo fabbriche qui per pompare emissioni altrove. Una forma sofisticata di autolesionismo spacciato per superiorità morale. Dietro ogni stabilimento che chiude non spariscono soltanto posti di lavoro. Sparisce un ecosistema: l’indotto, le competenze, la trasmissione del sapere tecnico, perfino l’identità di interi territori. La vicenda di Electrolux racconta la crisi profonda di un continente che ha smesso di difendere la propria capacità produttiva, perché convinto che la storia fosse finita e che il mercato globale avrebbe garantito prosperità infinita. Ma la storia non finisce e torna sotto forma di concorrenza spietata. Oggi Bruxelles scopre parole dimenticate: difesa industriale, sovranità economica ed energetica. Troppo tardi, forse. Alcuni governi, come quello italiano, se ne sono accorti prima degli altri e ce la mettono tutta per evitare il peggio. Perché mentre l’Unione europea discuteva di neutralità climatica e linguaggio inclusivo, Cina e Asia costruivano catene produttive gigantesche, controllavano terre rare, conquistavano mercati.

La verità è che nessuna civiltà resta potente se smette di produrre. Un continente che rinuncia alle fabbriche finisce inevitabilmente per dipendere da chi le fabbriche le tiene accese. E la dipendenza economica, prima o poi, diventa dipendenza politica. Le slide di Electrolux non sono soltanto un dossier industriale. Sono il bollettino medico di un’Europa che rischia di spegnersi lentamente, un capannone alla volta. L’Ue dovrebbe approntare misure difensive più robuste per arginare l’impatto della concorrenza sleale sulle proprie industrie. Questa la richiesta formulata dalla Francia e sostenuta da Italia, Lituania, Paesi Bassi e Spagna in un documento programmatico di cui dà notizia la testata specialistica Euractiv. L’esortazione dei cinque Paesi arriva a pochi giorni da un importante dibattito sulla strategia a lungo termine sulla Cina all’interno della Commissione europea, in agenda per venerdì. Bruxelles batta un colpo.


di Michele Di Lollo