venerdì 8 maggio 2026
Il mondo è cambiato parecchio negli ultimi due anni. L’Italia resta quel Paese dove quindicimila euro di tasse in media sono prese dalle tasche degli italiani per non farci assolutamente nulla. Non si tratta di corruzione, si tratta proprio di spreco che include parte della corruzione, ma è pure peggio.
Se il mondo cambia e la Pubblica Amministrazione, attraverso la distorsione del diritto di voto, spreca un quinto dei redditi degli italiani, non si può sperare che il futuro sia roseo. Non è roba da Cassandra. Sono fatti concreti.
IL MONDO, L’ITALIA E L’EUROPA DAL 1992 A OGGI
L’Europa del 1992 valeva un quarto dell’economia mondiale. Ora quel valore è sceso fino a quasi un settimo. L’Italia, all’interno dell’Europa, ha conosciuto una caduta ancora più forte. Nel 1992 la nostra produzione era un ventesimo di quella mondiale. L’Italia produce nel 2026 un cinquantesimo dell’economia mondiale. All’interno dell’Europa, pesiamo per il 12,4 per cento dell’economia continentale, oggi. Nel 1992 era il 15 per cento. Conclusione: dal 1992 al 2026 l’Europa ha perso posizioni rispetto al mondo, l’Italia ha perso posizioni rispetto al mondo e agli altri Paesi europei.
La Francia nel 1992 produceva 1392 miliardi di dollari. Nel 2026 sono 3600 miliardi.
L’Italia nel 1992 produceva 1300 miliardi di dollari. Nel 2026 ne produciamo 2740 miliardi (stima).
Questi dati spiegano l’arretramento del quale siamo stati protagonisti. Nella competizione mondiale, siamo stati praticamente fermi per 35 anni. Nella competizione europea abbiamo perso un quarto della nostra capacità produttiva, rispetto al 1992.
CHI HA GOVERNATO NEGLI ULTIMI TRENTACINQUE ANNI?
Sia centrodestra che centrosinistra. Mentre sul diritto e sui diritti civili e sulle migrazioni ci sono stati dibattiti feroci, in materia economica e benessere il dibattito è stato ridicolo. Gli schieramenti apparentemente in competizione hanno tenuto una politica economica lineare, basata su obiettivi chiari: concentrazione della ricchezza in alcune zone e in favore dei ceti più ricchi, riduzione della capacità produttiva, privilegio per le rendite, i monopoli, ricostruzione di una politica tariffaria in sostituzione di un regime dei prezzi. Tempo fa, nel corso di un’intervista alla Bbc, illustrai la tesi che Berlusconi era il più socialista di tutti, proprio per la creazione di frammentazioni nel mercato e la difesa delle tariffe contro la competizione. E la pseudo sinistra? Oggi difende il diritto alla strage di Hamas e in buona parte anche dei russi e degli iraniani. Economicamente stravolge Keynes e segue la dottrina Berlusconi: monopolio, se proprio non si può oligopolio ed economie di cartello.
LA MALEDUCAZIONE DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
Non abbiamo una cattiva Pubblica Amministrazione ma maleducata, sì. È maleducata perché risponde male? No, non è questo il problema. Alcuni di noi ricordano la tesi del “salario come variabile indipendente” enunciata dai sindacati degli anni 70-80. La frase significa che qualunque sia il livello dei salari, la competitività delle imprese si realizza negli altri fattori e soprattutto grazie all’innovazione. Questa tesi aveva una sua realtà. Peccato che il sindacato poi si sia opposto all’innovazione nelle fabbriche e nei posti di lavoro e ha contrattato salari bassi e perdita di competitività internazionale. Le imprese hanno accettato quella impostazione e hanno conservato produzioni a basso valore aggiunto e fuori mercato in cambio di un mercato più chiuso e meno esposto alla concorrenza. Risultato: occupazione più ampia, monte salari molto più basso, riduzione secca del Pil per il 25 per cento, in termini macroeconomici.
L’ABBRACCIO MORTALE TRA SINDACATI DEI LAVORATORI E SINDACATI DELLE IMPRESE
Il segretario generale della Uil tuona spesso sui sindacati ‘gialli’ contemporanei. Microsigle che firmerebbero contratti senza vera contrattazione. Nel mio passato c’è una carriera sia da sindacalista dei lavoratori che delle imprese. Posso testimoniare che la disponibilità del sindacato a chiudere accordi in virtù di vantaggi extracontrattuali è alta. Non vale per tutti e conosco molti sindacalisti dell’una e dell’altra parte molto seri. Ma che ci sia una contiguità tra le due tipologie di sindacato è innegabile. Spesso le ‘amministrazioni’ sindacali antepongono i loro interessi a quelli delle imprese. D’altra parte, molti imprenditori non hanno visione strategica e lasciano fare. Risultato: acquiescenza e povertà per tutti.
COSA FARE?
Abbiamo bisogno di una bussola per le nostre azioni e per raggiungere la felicità. La generazione più giovane conosce mali che facciamo fatica a comprendere: ansia, depressione, attacchi di panico, dipendenza da alcol e droghe, oltre che dalla tecnologia. Fuga continua dalla realtà, dalla scuola, dalle regole. Qual è la ragione? La mancanza del coraggio di sognare. Occorre una generazione di nuove leve che abbiano voglia di sognare. Sognare con i piedi per terra, ovviamente. E confessiamo pure che quel male di vivere è comune ad ampie fette del pubblico adulto. Molti pongono l’accento sulla necessità di supporto psicologico. Ma se il problema fosse invece sociologico?
LA SOCIETÀ COME GIOIOSO MOTORE ECONOMICO
Quasi inutile ricordare le analisi sui disoccupati di Marienthal. Ho scoperto che nelle facoltà di sociologia quegli studi sono quasi del tutto svaniti dal curriculum studi. Quando entro in contatto con studenti universitari faccio alcune domande standard. A studenti di economia chiedo: cosa è il mercato? A quelli di sociologia chiedo: cosa è la società? A quelli di giurisprudenza chiedo: cosa è il contratto?
La risposta è simile, in tutti e tre i casi. Balbettano, vanno a caccia della risposta. Non lo sanno, potrei dire, nella maggioranza dei casi. Sono ignoranti? No. L’università e la scuola queste domande non le fanno. A tratti l’establishment culturale scopre banalità come la felicità “motore dell’economia”. Ricordo ancora la moda di inneggiare a Piketty per parlare non più di Pil ma di “bilancio della felicità della tassazione progressiva”. Oppure l’ondata dell’economia della felicità, con un guazzabuglio che parte da Kahneman e finisce con Easterlin. La realtà è che la produzione è già indice di felicità. La società non è una gabbia, ma una sorta di officina delle opportunità dove tutti servono a tutti, per avere relazioni amorose, cacciavite, auto sportive e scambiare poesie e pensieri sull’esistenza.
E L’ASPETTO INTERNAZIONALE?
La felicità è libertà. E quindi ecco perché sul piano internazionale possiamo e dobbiamo difendere il mercato, il diritto positivo, la globalizzazione come esito inintenzionale della cooperazione sociale e individuale. Questa bussola, la felicità, produce effetti benefici sulle politiche interne ed estere. Per poterla avere, dobbiamo ricominciare a sognare. Avere sogni da perseguire e difendere ci toglie dalle secche del neutralismo morale, etico, economico e sociale. Libertà, ricchezza, poesia e amore sono legati tra loro. Difendere globalizzazione, l’Ucraina e l’emancipazione dei popoli che parlano arabo sono sfide che possiamo affrontare se riprendiamo a studiare la società come aggregazione di persone che liberamente scelgono di cooperare intenzionalmente e inintenzionalmente per realizzare i propri sogni. Quanto vale questa impostazione? Per l’Italia, almeno 900 miliardi. Quelli che abbiamo perso rispetto alla Francia. Ma se il raffronto lo facciamo rispetto all’economia mondiale, la felicità e il sogno da perseguire valgono quasi tremila miliardi che sono quelli persi in trentacinque anni di perdita di senso della vita. Recuperiamo questo senso. In palio c’è la felicità. Pace compresa.
di Claudio Mec Melchiorre