mercoledì 22 aprile 2026
Dal “merito” al sussidio: quando lo Stato trasforma l’opportunità in pretesa, la libertà di scegliere scompare e resta solo la dipendenza dal potere pubblico.
C’è una trasformazione silenziosa ma profonda che attraversa le società contemporanee: il passaggio dall’idea di opportunità a quella di diritto. Non è solo una questione terminologica. È un mutamento culturale che incide sul modo in cui individui, istituzioni e interi sistemi economici si relazionano tra loro. L’aspettativa non è più quella di poter cercare, costruire, rischiare: diventa quella di ottenere.
La distinzione è decisiva. Un’opportunità apre spazi, lascia margini, presuppone responsabilità individuale e accetta l’incertezza come parte del processo. Un diritto, invece, quando viene inteso come pretesa generalizzata a un risultato, implica necessariamente che qualcuno debba garantirlo. E quel qualcuno non può che essere il potere pubblico. È qui che il piano delle possibilità si trasforma in quello delle imposizioni.
Negli ultimi anni questo slittamento è diventato evidente. Dall’accesso all’università ai sussidi per trattenere studenti, dal lavoro “garantito” ai prezzi amministrati degli affitti, la logica è sempre la stessa: trasformare ciò che dovrebbe essere il risultato di un processo aperto in un esito predeterminato. Il caso recente del cosiddetto “reddito di merito” in Calabria – fino a mille euro al mese per chi resta a studiare nelle università locali – ne è un esempio emblematico: si sostituisce il processo con il risultato, la ricerca con la direzione.
Il punto è più profondo. Non è solo una questione di incentivi, è piuttosto di conoscenza. Come ha osservato Friedrich A. von Hayek: “Il problema economico della società non è semplicemente un problema di allocazione di risorse date, ma un problema di utilizzazione della conoscenza che non è data a nessuno nella sua totalità”. E proprio da qui discende un dato spesso dimenticato: “Se esistessero uomini onniscienti (…) resterebbe ben poco da dire a favore della libertà”. La libertà non è un lusso, è invece una necessità: serve a far emergere ciò che nessuno conosce in anticipo.
Nessuna autorità, infatti, può raccogliere e coordinare quella molteplicità di informazioni disperse tra individui, tempi e luoghi diversi. Ogni tentativo di farlo cade nella “presunzione fatale” di una conoscenza superiore. È per questo che il mercato non è un meccanismo statico, ma un processo di scoperta: attraverso prezzi, profitti e perdite, consente agli individui di adattare continuamente i propri piani. In assenza di questo processo, verrebbe meno quella “bussola” che orienta le scelte e coordina le azioni.
Quando i talenti vengono trasformati in titoli di credito verso la collettività, si rompe questo equilibrio. Si passa da una società in cui gli individui scoprono le proprie capacità attraverso l’azione, a una in cui attendono il riconoscimento dall’alto. È un ritorno, in fondo, a quella logica “tribale” che Hayek descrive come incompatibile con la società aperta: una logica che pretende fini comuni, risultati uniformi e criteri distributivi imposti.
Le conseguenze sono visibili. Le imprese smettono di rispondere ai segnali del mercato e iniziano ad adattarsi alle regole. Gli investimenti seguono le agevolazioni, non le opportunità reali. I giovani vengono orientati più dai sussidi che dalle prospettive. Si crea un ambiente in cui il rischio viene attenuato artificialmente, ma al prezzo di una minore capacità di innovare e crescere.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento, spesso trascurato: la diffidenza verso il successo. Come evidenziato anche da Ludwig von Mises, il risentimento verso chi riesce alimenta una narrazione in cui il mercato viene visto come ingiusto per definizione, e il profitto come sospetto. In questo clima culturale, ogni risultato differenziato diventa una “ingiustizia” da correggere, e ogni differenza un’anomalia da eliminare.
Eppure, è proprio nell’assenza di garanzie che si sviluppa la ricerca autentica. La possibilità di fallire non è un difetto del sistema: è la condizione che rende possibile ogni scoperta. Eliminare il rischio significa eliminare anche la responsabilità e, con essa, la libertà.
Una società aperta non promette risultati, né assegna posti, e neppure distribuisce esiti. Offre qualcosa di più esigente e, al tempo stesso, più autentico: la possibilità di tentare. È una promessa meno rassicurante, sebbene più reale. E soprattutto, è l’unica compatibile con una convivenza fondata su norme generali, astratte, uguali per tutti, e non su esiti decisi caso per caso.
Il problema non è che si voglia aiutare. È che si è smarrito il confine tra aiutare e sostituirsi. Quando quel confine scompare, l’opportunità diventa concessione, la libertà diventa dipendenza, e la società perde la sua capacità più preziosa: quella di scoprire, attraverso l’azione libera di molti, ciò che nessuno potrebbe mai progettare da solo.
di Sandro Scoppa