lunedì 23 febbraio 2026
Dopo aver promesso lavori gratis e ricchezza per decreto, il fisco offre una via d’uscita a pagamento. Non è una soluzione: è l’ammissione che il problema nasce dall’intervento pubblico.
Lo chiamano “salva-condomìni”, e in parte lo è: un’imposta sostitutiva per chiudere le pendenze sul Superbonus, evitando che l’Agenzia delle Entrate colpisca l’ultimo anello della catena – i proprietari – per irregolarità spesso commesse altrove. Ma se serve uno scudo, significa che la guerra l’ha dichiarata la norma. È l’ennesima prova che il Superbonus non è stato un incentivo: è stato un esperimento di pianificazione fiscale applicata all’edilizia, con esiti prevedibili.
Il punto non è difendere chi ha truffato. Il punto è che milioni di cittadini hanno deliberato in assemblea, firmato contratti, autorizzato lavori sulla base di una promessa politica: “non paghi”. Con cessione del credito e sconto in fattura, il prezzo è stato oscurato. In economia, com’è risaputo, quando si nasconde il prezzo, non si elimina il costo: si elimina l’informazione. E senza informazione i comportamenti diventano ciechi. La domanda esplode non perché i lavori siano davvero più urgenti, quanto perché l’incentivo rende razionale correre, spesso senza valutare qualità, tempi e rischi. È il classico problema della conoscenza dispersa: nessun ministero può sapere, cantiere per cantiere, quali interventi meritino davvero, quali imprese siano solide, quali asseverazioni siano robuste.
Da qui nasce il malinvestment: risorse (capitali, manodopera, materiali) attirate non dove rendono di più in termini reali, bensì dove la regola fiscale rende conveniente qualunque cosa. L’effetto è noto: prezzi gonfiati, congestione, operatori improvvisati, lavori avviati per inseguire scadenze. Poi arriva la realtà: cantieri non completati, Sal contestati, materiali conteggiati e non installati, difformità tra opere e asseverazioni. Ed ecco il paradosso giuridico-politico: l’Erario, dovendo recuperare, si rivolge al beneficiario finale. Non perché sia il colpevole tipico, piuttosto perché è il bersaglio certo.
Lo “scudo” prova a ridurre il danno: paghi una quota parametrata al beneficio incassato e chiudi, invece di rischiare la restituzione integrale con interessi e sanzioni. È una soluzione pragmatica, ma è anche un “pedaggio” per uscire da un labirinto costruito dallo Stato. La politica prima crea l’azzardo morale (se paga Pantalone, perché contrattare sul prezzo?), poi si stupisce che il sistema produca distorsioni, e infine offre una sanatoria per evitare l’esplosione sociale dei recuperi.
Il capitolo “general contractor” completa il quadro: contestazioni sul margine e sulla qualificazione dei costi di coordinamento stanno generando un nuovo filone di verifiche. Lo mostra anche un dossier Ance del febbraio 2026 sulle verifiche fiscali nei confronti dei general contractor. È la conseguenza naturale di regole iper-dettagliate: dove la norma pretende di descrivere ogni caso, l’interpretazione diventa potere, e l’impresa lavora con la spada di Damocle della lettura dell’ufficio locale. Una miccia che può coinvolgere anche soggetti pubblici e banche, ampliando il rischio sistemico.
Per capire quanto sia instabile il castello, basta ricordare che l’architettura delle “opzioni” (cessione e sconto) è stata stratificata per interventi successivi, con chiarimenti amministrativi spesso decisivi: l’articolo 121 del “decreto Rilancio” e la prassi dell’Agenzia delle Entrate mostrano una complessità che nessun condominio può davvero padroneggiare.
In un mercato normale, l’incentivo a controllare qualità e prezzo è immediato: chi paga pretende. Nel Superbonus, invece, il committente “non paga”, o crede di non pagare; la catena si allunga, la responsabilità si diluisce, il controllo si indebolisce. Quando il potere altera i segnali, non ottiene efficienza: riceve invece una corsa al beneficio. I primi arrivati guadagnano di più, gli ultimi restano con cantieri incompiuti e incertezza fiscale.
Non stupisce che oggi si parli di “responsabilità incolpevole”. Lo Stato ha creato un incentivo così potente da rendere razionale affidarsi, e poi pretende dal cittadino un controllo tecnico-giuridico che non può esercitare. E quando la macchina si inceppa, la soluzione non è chiarezza ex ante, è invece negoziazione ex post: paghi una quota per non rischiare la restituzione piena.
È il contrario della certezza del diritto: è fiscalità come transazione continua.
Se davvero si vuole chiudere la stagione, lo scudo può evitare tragedie individuali. Ma la cura vera è un’altra: smettere di governare l’edilizia a colpi di eccezioni, percentuali miracolose e scadenze isteriche. Regole semplici, responsabilità chiare, rischio dove deve stare: su chi decide e su chi esegue.
di Sandro Scoppa