L’Europa adotti una strategia commerciale con la Cina

lunedì 23 febbraio 2026


Martedì 24 febbraio, il Cancelliere tedesco Friedrich Merz volerà a Pechino per incontrare, l’indomani, il Presidente Xi Jinping e il Primo Ministro cinese Li Qiang. Sebbene Merz rappresenti il suo Paese, la Germania, la visita è molto attesa negli ambienti legati all’industria di tutta Europa, che da un lato guardano con interesse l’ampiezza del mercato cinese e, dall’altro, ne temono la crescente aggressività commerciale.

La Germania rimane saldamente la prima economia europea, nonostante il suo prodotto interno lordo (Pil) sia cresciuto appena dello 0,2 per cento nel 2025, mentre la Cina registrava un surplus commerciale record: le sue esportazioni hanno superato di 1,19 trilioni di dollari le importazioni. Questi dati sono connessi. Goldman Sachs, infatti, stima che la crescita tedesca sarebbe stata più che doppia se non fosse per la concorrenza cinese.

Nei decenni passati, l’economia tedesca e quella del Gigante Asiatico hanno garantito vantaggi reciproci. La Germania esportava prodotti, dalla meccanica alle auto, che contribuivano all’industrializzazione della Cina. Al contempo, la crescita cinese ingolosiva l’industria tedesca ed europea, che era entusiasta di essere in prima linea in un mercato con forte espansione economica e demografica. Negli ultimi anni, questo equilibrio è divenuto sempre più fragile. Dal 2020, gli esportatori cinesi hanno conquistato quote crescenti del mercato globale, soprattutto per i prodotti manifatturieri avanzati, come i veicoli elettrici.

La crescente pressione commerciale esercitata dalla Cina è stata recentemente aggravata dalle politiche protezionistiche degli Stati Uniti, che hanno indotto Pechino a dirottare più merci verso l’Europa. Di conseguenza, se le esportazioni cinesi verso gli Usa sono diminuite di circa il 20 per cento nel 2025, quelle verso l’Europa sono aumentate di oltre l’8 per cento. Questo significa che la Germania smetterà, insieme agli altri paesi europei, di esportare in Cina e si ridurrà a essere soltanto un Paese importatore?

Alcuni economisti, almeno in una prima analisi, respingerebbero questa preoccupazione. Infatti, se la Cina dovesse superare nettamente la Germania in tutti gli ambiti produttivi, i salari locali salirebbero, di conseguenza anche i costi di produzione. Allo stesso modo, aumenterebbe la domanda di renminbi (la valuta cinese), quindi il tasso di cambio rispetto all’euro renderebbe più costosi i beni prodotti in Cina fino al punto in cui la competitività dell’Eurozona verrebbe ripristinata, almeno in alcuni settori. Ma un aggiustamento di tale genere dipende anche dal buon funzionamento di alcuni meccanismi di mercato, in particolare dall’assenza di interventi governativi iniqui.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), tale condizione non sarebbe attualmente soddisfatta. L’organizzazione internazionale composta da 191 Paesi stima che Pechino spenda circa il 4 per cento del Pil per sovvenzionare le imprese in settori strategici, permettendo all’industria di produrre ed esportare a costi artificialmente ridotti, alterando i meccanismi di concorrenza. Strategie di questo genere (se ne potrebbero citare molte altre) hanno alimentato lo squilibrio tra le due economie a sfavore dell’Europa, la cui competitività sta perdendo terreno nei mercati mondiali.

Tuttavia, sarebbe troppo affrettato concludere che il Vecchio Continente non abbia alcun mezzo per invertire questa tendenza. Poiché Donald Trump non mostra alcuna intenzione di abbandonare le politiche sui dazi, nemmeno dopo la recente sentenza della Corte Suprema, la Cina non può permettersi di perdere l’accesso al mercato europeo. Questa considerazione colloca l’Europa in una posizione strategica che la Commissione non deve sottovalutare.

Una strategia percorribile sarebbe imitare una politica che la Cina stessa ha inaugurato. Per decenni, Pechino ha imposto alle imprese straniere che intendano operare nel mercato cinese di collaborare con aziende nazionali condividendo con esse investimenti, competenze tecniche e capacità organizzative, facilitando così anche il trasferimento di tecnologia verso la Cina.

Ora l’Europa dovrebbe iniziare a richiedere alle aziende cinesi che vogliano vendere prodotti tecnologici nel suo mercato di costituire joint venture (così si chiama in gergo il modello di accordo descritto) con produttori locali.

Oggi, invece, le società del Dragone hanno un accesso gratuito o a basso costo ai mercati europei, facilitato, tra l’altro, dai sussidi governativi. Quindi perché dovrebbero condividere informazioni potenzialmente sensibili e profitti con aziende europee?

Siamo entrati in una nuova fase di quella che l’economista Edward Luttwak definisce “geoeconomia”, ossia “l’uso di strumenti economici per promuovere e difendere gli interessi nazionali”. In questa fase, l’Europa non può permettersi di non avere una strategia. Se vuole competere, deve imporre le giuste condizioni all’accesso della Cina al mercato dell'Unione.


di Riccardo Cantadori