Luigi Einaudi e la cultura della crescita

martedì 10 febbraio 2026


Sappiamo bene che fra i tratti distintivi di Luigi Einaudi vi fu la sua capacità di fondere l’abilità analitica – che lo portò a dialogare e a dibattere con i massimi economisti del suo tempo – con una attitudine divulgativa che ne fece uno dei principali opinion maker italiani sia prima che durante che dopo la sua esperienza al Governo del Paese. E senza che ciò apparisse in qualche misura “innaturale”. Al contrario, i due aspetti della sua personalità si fondevano senza difficoltà alcuna perché tanto il primo quanto il secondo – tanto il sapere quanto l’educare – erano prerequisiti essenziali per il Governo in una Italia finalmente democratica. Per il buongoverno. Einaudi fu sempre convinto che l’agricoltura, forse persino più della manifattura, non potesse prescindere dall’innovazione tecnologica e normativa. E la tensione innovatrice fece sempre parte del patrimonio ideale di Einaudi, tanto nelle vesti di viticoltore che di economista e uomo di Stato. La produttività totale dei fattori – la misura della nostra capacità di fare più e meglio di quanto i fattori di produzione di cui disponiamo ci permetterebbero e la fonte ultima della crescita – langue da ormai circa un trentennio. Langue con essa la nostra capacità di innovare e sapere che quella che abbiamo intorno è un’area sovranazionale anch’essa in difficoltà dal punto di vista dell’innovazione non può essere considerato un mezzo gaudio.

Ma, come per Luigi Einaudi, l’innovazione prima di prendere la forma di un nuovo prodotto, prima di incarnarsi in un nuovo processo, ha bisogno di poggiare su quella che il Nobel Joel Mokyr ha definito una “cultura della crescita”, sullo sforzo incessante per migliorare le proprie condizioni di vita, sulla conseguente assunzione di rischi, sulla connessa positiva predisposizione al cambiamento. Al contrario, prevale nel nostro caso – e da qualche decennio – la volontà da parte delle classi dirigenti di fare fronte ai limiti culturali degli italiani sostituendosi ad essi per ovviare dirigisticamente alle loro carenze, per proteggerli paternalisticamente da se stessi, con il solo risultato di rendere ancora più convinto negli italiani il desiderio di protezione e radicata la loro riluttanza ad affrontare la modernità, con tutte le sue implicazioni positive e negative. La lezione di Luigi Einaudi è e rimane, anche in questo caso, molto attuale.

(*) Consigliere d’amministrazione dell’Istituto Bruno Leoni

(**) Tratto da Ibl


di Nicola Rossi (*)