lunedì 26 gennaio 2026
L’Unione Europea somiglia sempre più ad un vecchio signore pieno di debiti, soprattutto per evidente incapienza ad ottemperare ai pagamenti. Del vecchio signore ha modi e comportamenti: persino la spocchia d’illudersi che nessuno oserebbe togliergli pure le mutande e sbatterlo fuori dalle tenute poiché insolvente, e come impresa dichiarato fallito. Toccherebbe poi ad un giusto tribunale, ad una Norimberga economica, stabilire se ci sia stata bancarotta preferenziale, una vera truffa ed inganno in danno dei popoli europei: delle nazioni che prima fondarono Euratom e Cee e poi l’Unione Europea. Resta il fatto che la storia non ha insegnato nulla, o forse troppo, a quelle teste di rapa che hanno nuovamente messo i destini economici europei in mano alla politica bancaria tedesca. Anzi, l’accordo bancario tra Francia e Germania appare in tutta evidenza una spartizione dell’Ue, forse una pace economica utile a dimenticare che Parigi e Berlino se ne sono fatte e dette di tutte dal 1870 (battaglia di Sedan) fino al 1945.
Così nel 1999 hanno illuso gli europei che, agganciando l’euro al marco, saremmo di colpo diventati tutti ricchi: così hanno pian pianino cancellato le divise nazionali di Stati come l’Italia, eliminando definitivamente dalla testa dei risparmiatori che possa esistere un valore certo a cui parametrare una valuta nazionale. Ci hanno detto che il mondo ormai era tutto libero ed interconnesso, che parametrare una valuta ad un bene di rifugio come oro o platino era roba da preistorici (nel 1971 Nixon aveva già abolito la conversione del dollaro in oro, ma due anni dopo ha varato i petroldollari), che il futuro guardava alla virtualizzazione delle monete, ad un euro che prima o poi sarebbe diventato elettronico, virtuale, evanescente. Come in un parco giochi la gente vendeva case e terreni, botteghe e officine, garage e magazzini, lasciava anche il lavoro pur di darsi alla finanza, alle pubbliche relazioni tra sale bingo ed investimenti on-line. Poi un bel giorno è arrivata la pandemia, poi la guerra (anzi le guerre), ed alcuni oscuri e anonimi burocrati hanno iniziato a fare i conti. A preparare una bella nota spese alla cicalona europea. Appena verrà siglata la pace d’Ucraina tra Mosca e Washington, i funzionari di Stati e multinazionali coinvolti stileranno una corposa nota spese, danni e responsabilità per miliardi. Quindi gli ufficiali giudiziari di Trump e Putin busseranno alle porte dell’Unione Europea, e servirà poco dire che sua altezza serenissima Ursula von der Leyen non è in casa. Perché il danno è stato fatto e tocca pagarlo, i debiti sono stati contratti (sotto pandemia) e tocca pagarli: l’Europa non produce più nulla ed ha solo risparmi e beni al sole da offrire ai creditori internazionali.
Verso la fine del passato millennio, proprio dalle pagine di questo giornale, il buon Arturo Diaconale mi dava la possibilità di spiegare la contrarietà all’euro, come del resto offriva anche spazio ai favorevoli alla moneta europea vincolata al marco. Diaconale era abruzzese (di Montorio al Vomano) come l’economista Giacinto Auriti (era di Guardiagrele), e in quel periodo di fine millennio c’era nella politica gran dibattito tra favorevoli e contrari all’euro. Auriti, per dimostrare la sua teoria monetaria (per molti versi anti-euro), aveva condotto tra il 1999 ed il 2000 un esperimento economico nella sua città natale, aveva lanciato una moneta alternativa (il Simec) che godeva valore doppio rispetto alla lira ed era di proprietà dei cittadini che la utilizzavano: l’esperimento dimostrava una rapida ripresa dell’interscambio locale, con forte ricaduta su produzione, lavoro e ricchezza nei comparti primari (agricoltura ed artigianato collegato). L’esperimento veniva aggredito dalla cosiddetta “stampa istituzionale” come funzionale solo a “boicottare l’unione monetaria europea”. Inutile era spiegare ai partigiani dell’euro che non si potevano vincolare le troppe economie europee alla sola rigida pianificazione tedesca. Non ci fu nulla da fare. L’euforia d’avere euro in tasca dilagava come un carnevale brasiliano. Il primo gennaio del 1999 entrava nominalmente in vigore l’euro, il cui tasso di cambio irrevocabile con il marco veniva fissato (come da convenzione monetaria) a valere dal giorno precedente in 1,95583 marchi per un euro. Da quel momento rimase in vigore solo il marco (espressione non decimale dell’euro) e le altre monete e banconote continuarono a circolare fino a moria ma parametrate in marchi (futuri euro). Gli italiani iniziarono a sentir parlare di quella brutta parola che suona “spread” (nota da anni a chi masticava economia): per noi del Belpaese è il differenziale di rendimento tra titoli finanziari italiani (a 10 anni) e Bund tedeschi di pari durata. Lo “spread” rappresenta l’indicatore chiave del rischio percepito dai mercati: uno “spread” alto segnala sfiducia nella stabilità economica di un paese europeo, incidendo con aumenti sui costi dell’intera macchina dello Stato; con ovvie ricadute e rincari per imprese e famiglie. Questo convertitore al marco tedesco (quindi all’Euro) ha ancora valore, ora per esempio è aggiornato ai tassi di cambio del 26 gennaio 2026. Ovviamente non è bello per l’immagine europea parlare di convertitore in marchi, ecco che si parla di euro equivalente (di convertitore in euro) ma la musica non cambia.
Ne deriva che un fallimento dell’economia europea equivale senza dubbio alcuno al fallimento della visione economica tedesca, con conseguenti riflessi catastrofici sul marco, ovvero sull’euro. Per mantenere unita l’Ue verremmo tutti chiamati a fare la nostra parte, rinunciando a welfare, servizi pubblici, qualità della vita, beni materiali, risparmi. La platea dei fruitori di beni e servizi dovrebbe necessariamente assottigliarsi, evidenziando che uno scarso 30 per cento della popolazione europea potrebbe mantenere standard di benessere prossimi a quelli di una ventina d’anni fa.
La Germania ha già vissuto un periodo economico similare negli anni Venti: la sua fragilità economica era conseguenza del trattato di Versailles, in cui le venivano accollate tutte le responsabilità della Grande Guerra; per decenni storici ed economisti hanno scandagliato le radici della debolezza della Repubblica di Weimar, che per certi andrebbero ricercate nella distruzione delle istituzioni a fine conflitto, poi in una perdurante crisi nazional-identitaria. L’immagine di una madre berlinese che si prostituiva per comprare latte per il figliolo, le aggressioni di torme di poveri in danno di commerci e borghesia, le morti per fame e freddo: questa è la Weimar che la Germania ha volutamente rimosso dalla propria memoria popolare, dalla pubblicistica, dal cinema. La stessa Germania che, temendo una nuova Weimar, s’è resa utile agli Usa durante la Guerra Fredda, poi temendo nuovamente Weimar dopo il 1989 ha riversato sull’intera Europa (soprattutto sull’Italia) i costi sociali e bancari dell’unificazione.
Ricordo come fosse ieri il commento di Giulio Andreotti che, traducendo Francois Mauriac, ebbe a dire “amo tanto la Germania che preferisco ce ne siano due”. Francois Mauriac era solito dire “J’aime tellement l’Allemagne que je suis ravi qu’il y en ait deux”. All’epoca ci scherzammo su con il buon Franco Jappelli, perché su Il Borghese si doveva ironizzare anche su certi commenti di autorevoli tedeschi: il braccio destro di Edmund Stoiber (leader della Csu bavarese e amico di Andreotti) si lasciava sfuggire “avevamo dato dei tedeschi e ci hanno restituito del polacchi”. Oggi la frase non avrebbe più senso, in caso di fallimento dell’Unione Europea la Polonia ha sovranità monetaria con la propria divisa, gli Zloty: la sua adesione all’Ue non prevede coinvolgimenti bancari e adesione a gran parte di quelle norme europee tristemente famose in Italia.
Lo stesso discorso vale per tutte le nazioni che hanno conservato una propria moneta, come Ungheria, Romania, Danimarca, Svezia, Norvegia. Il dramma della crisi economica, dei danni per la zona Euro, peserebbero tutti su chi s’è stretto nell’abbraccio mortale con la Germania. Certo, la crisi verrà avvertita anche nelle altre economie europee, ma una moneta nazionale permette d’iniziare a leccarsi le ferite, a pagare il lavoro, a coltivare i campi e finanziare la manifattura.
di Ruggiero Capone