La borsa finanzia l’economia?

venerdì 23 gennaio 2026


Il Ftse Mib ha chiuso il 2025 con un rialzo di circa +31,5 per cento, una delle migliori performance in Europa per l’anno, attestandosi su livelli prossimi ai massimi dal 2001. Tuttavia, non mancano voci che sostengono come il mercato azionario sia prevalentemente un luogo di speculazione, più che un vero motore per l’economia reale. L’idea secondo cui l’investimento in borsa costituirebbe un gioco a somma zero, nel quale il guadagno di un soggetto implicherebbe necessariamente la perdita di un altro, è una semplificazione concettuale che nasce dall’estensione indebita di una categoria analitica valida per sistemi chiusi a un ambito che, per sua natura, è aperto, dinamico e storicamente determinato. Il concetto di somma zero, infatti, formalizzato nella teoria dei giochi da John von Neumann e Oskar Morgenstern, presuppone un insieme di risorse invarianti e una struttura tale per cui le strategie degli agenti non possono modificare la quantità complessiva di valore disponibile, ma solo la sua distribuzione.

Ora, applicare questo schema alla borsa significa implicitamente assumere che il mercato finanziario operi in assenza di produzione, innovazione e accumulazione di capitale reale, riducendolo a un mero spazio di scambio simbolico, simile a un tavolo da gioco. Classico è l’esempio del telefono: quattro persone possiedono inizialmente 3.000 euro complessivi e un telefono, il telefono viene venduto, rivenduto e infine si rompe, e alla fine la somma di denaro totale torna esattamente a 3.000 euro. Nessuna nuova ricchezza è stata creata, il telefono non ha prodotto nulla, non ha generato reddito, non ha aumentato il benessere economico complessivo del sistema, ma è stato solo scambiato e poi distrutto.

Tuttavia, questa assunzione è ontologicamente falsa, poiché il mercato azionario non è un sistema autoreferenziale ma un dispositivo istituzionale che connette il risparmio privato con l’attività produttiva, trasformando aspettative, capitale e rischio in processi economici concreti. Di conseguenza, alche l’esempio del telefonino fatto è fuorviante.

La confusione nasce dal fatto che l’osservatore tende a identificare il mercato con il prezzo e il prezzo con lo scambio, ignorando che, in un’economia capitalistica, il prezzo di un’azione non è un semplice segnale di scarsità ma una capitalizzazione di flussi di reddito futuri attesi, i quali dipendono dalla capacità dell’impresa di creare valore nel tempo. In questo senso, la borsa non redistribuisce semplicemente ricchezza esistente, ma anticipa e incorpora valutazioni sulla produzione futura, rendendo possibile l’espansione del sistema economico oltre i limiti della dotazione iniziale.

Già Adam Smith aveva chiarito che la ricchezza di una nazione non consiste nella quantità di moneta in circolazione, ma nella capacità produttiva del lavoro organizzato, e questa intuizione rende incompatibile una visione a somma zero dell’economia di mercato, poiché la produttività è per definizione una variabile espansiva. David Ricardo, pur analizzando i conflitti distributivi tra salari, profitti e rendite, non ha mai sostenuto che l’accumulazione capitalistica fosse un gioco a somma zero, ma piuttosto che la crescita potesse modificare i rapporti relativi tra le classi senza annullare l’aumento della ricchezza complessiva.

Con Marx la questione si fa ancora più esplicita: la teoria del valore-lavoro e dell’estrazione del plusvalore presuppone l’esistenza di un surplus, cioè di una quantità di valore che eccede la riproduzione semplice del sistema, e anche nella sua critica radicale al capitalismo non compare mai l’idea che il processo di accumulazione sia a somma zero, bensì che il conflitto riguardi la distribuzione del surplus creato. Nel Novecento, Schumpeter ha definitivamente spezzato ogni residuo legame tra capitalismo e somma zero introducendo il concetto di distruzione creatrice, secondo cui lo sviluppo economico non è un processo di equilibrio ma di discontinuità, nel quale nuove combinazioni produttive generano valore che prima non esisteva, rendendo obsoleti asset, imprese e interi settori.

In questo quadro, la borsa svolge una funzione essenziale di selezione e riallocazione del capitale, premiando le imprese capaci di innovare e penalizzando quelle incapaci di adattarsi, ma questa dinamica non equivale a una redistribuzione meccanica di una torta fissa, bensì a una trasformazione strutturale della torta stessa. L’apparenza di somma zero emerge solo se si isola arbitrariamente il momento dello scambio dal processo temporale più ampio entro cui esso si colloca, adottando una prospettiva statica anziché dinamica.

Keynes, pur denunciando i rischi di una finanza dominata dalla speculazione e dal comportamento mimetico, distingueva nettamente tra l’investimento come atto di previsione razionale sul rendimento futuro del capitale e la speculazione come tentativo di anticipare le opinioni altrui; solo quest’ultima, nella sua forma estrema, può assumere tratti assimilabili a un gioco a somma zero, e persino in quel caso il sistema complessivo resta inserito in un contesto produttivo che ne trascende la logica. L’errore più comune consiste nel confondere il livello microeconomico delle transazioni individuali con il livello macroeconomico della creazione di valore, come se l’insieme delle operazioni di mercato fosse semplicemente la somma aritmetica degli scambi, anziché il risultato emergente di un processo complesso di accumulazione, innovazione e crescita. Dal punto di vista macroeconomico, la borsa non è un’arena di vincitori e vinti, ma un meccanismo di coordinamento intertemporale che consente di trasformare il risparmio presente in produzione futura, ampliando il vincolo delle risorse disponibili.

Anche la finanza moderna, da Modigliani e Miller fino alla teoria dell’efficienza dei mercati di Fama, pur con impostazioni differenti, riconosce che il valore di un’impresa è legato alla sua capacità di generare flussi di cassa nel tempo e non a un gioco redistributivo tra investitori.

Per altro, a ben vedere, se la borsa fosse realmente un gioco a somma zero, la crescita di lungo periodo degli indici azionari sarebbe logicamente impossibile, poiché ogni aumento permanente dei valori di mercato richiederebbe una perdita equivalente e sistematica da parte di altri soggetti, il che contraddice l’evidenza storica di un’espansione sostenuta della ricchezza reale nelle economie capitalistiche. Tale fatto è logicamente incompatibile con un sistema a somma zero, in cui l’indice potrebbe solo oscillare ma non avere un trend crescente. La crescita storica degli indici dimostra quindi che il mercato azionario riflette creazione di valore reale, non un semplice gioco redistributivo.

In definitiva, la rappresentazione della borsa come gioco a somma zero non è solo economicamente errata, ma concettualmente impoverente, perché riduce un fenomeno storico e istituzionale complesso a una metafora ludica inadatta a coglierne la natura. La borsa non è il luogo in cui la ricchezza viene semplicemente scambiata, ma uno spazio in cui la ricchezza viene anticipata, valutata, allocata e, nel tempo, creata, e proprio questa dimensione temporale e produttiva rende radicalmente incompatibile il mercato azionario con la logica della somma zero.

(*) Economista


di Enea Franza (*)