lunedì 19 gennaio 2026
L’intesa Ue-Mercosur riapre i mercati, ma soprattutto costringe l’Europa a scegliere: concorrenza vera, con i suoi effetti, oppure protezione mascherata da prudenza
Asunción, in Paraguay, è stato il teatro nei giorni scorsi della firma, attesa da oltre vent’anni, dell’intesa commerciale tra Unione europea e Mercosur. L’obiettivo dichiarato è semplice: ridurre i dazi e ampliare gli scambi tra due aree che sommano oltre 700 milioni di persone, in un tempo in cui il mondo torna a innalzare muri e tariffe. Il presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha presentato l’accordo come una scelta di cooperazione contro l’isolamento, mentre la cornice geopolitica – tra protezionismi risorgenti e guerre commerciali latenti – lo rende un segnale politico prima ancora che economico.
Ora, però, viene il punto che conta davvero: la concorrenza. Non quella immaginaria, da manuale, con i mercati “in equilibrio” e tutti soddisfatti. Ma quella vera, che entra nelle filiere, mette in discussione rendite di posizione, obbliga a innovare e taglia le inefficienze. In Europa, la concorrenza piace finché resta un principio astratto, una parola buona nei discorsi ufficiali. Quando invece si traduce in ingresso di alternative, in prezzi che scendono, in aziende costrette a smettere di vivere di protezione, allora la concorrenza diventa improvvisamente “un rischio”.
L’accordo appena sottoscritto promette l’eliminazione progressiva di oltre il 90 per cento dei dazi tra le due aree, con benefici significativi per molti settori industriali europei – dall’automotive alla meccanica, dalla chimica al farmaceutico – oggi penalizzati da tariffe elevate. Ed è proprio per questo che il mondo produttivo ha accolto la firma come una svolta, tanto da definirlo un passo storico per la competitività e la proiezione internazionale dell’Europa.
È la parte luminosa della concorrenza: più mercati, più occasioni, più scelta. Invero, ogni scelta ha un costo, perché ogni apertura mette a nudo ciò che non funziona. E infatti le proteste sono arrivate puntuali, soprattutto dal mondo agricolo europeo, che teme la pressione competitiva su alcune produzioni. Nel dibattito compaiono parole chiave come “asimmetria regolatoria”, “reciprocità”, “standard”. In pratica, si chiede che la concorrenza venga ammessa solo se non disturba, quando non cambia gli equilibri, nei casi un cui non produce vincitori e vinti. È un modo elegante per dire: sì al mercato, ma con rete di sicurezza per chi non vuole rischiare.
Qui sta il grande fraintendimento: credere che la concorrenza sia giusta solo quando è innocua. La concorrenza, però, non è un ornamento della libertà economica: è la sua sostanza. È l’unico meccanismo che impedisce alle imprese di trasformarsi in caste protette, alle filiere di irrigidirsi, ai prezzi di diventare comandati dall’alto. Non garantisce risultati perfetti, garantisce correzione. E questo, per molti, è insopportabile: perché la correzione significa che qualcosa può perdere valore, che un settore può dover cambiare, che certe protezioni possono risultare ingiustificabili.
Il vero nodo, infatti, non è “chi vince” o “chi perde” oggi. È un altro: se il Vecchio continente vuole restare una società aperta oppure una terra di eccezioni, di deroghe e di comparti “sensibili” eternamente difesi. Ogni volta che l’Unione firma un accordo di libero scambio, la retorica celebra il futuro. Ogni volta che quel futuro bussa davvero, si risponde con la logica opposta: contingenti, salvaguardie, compensazioni, fondi di tutela, clausole di emergenza. Persino qui, la Commissione ha affiancato all’intesa strumenti di protezione e misure di salvaguardia, proprio per neutralizzare l’urto politico dell’apertura.
Ma proteggere significa anche decidere. Decidere chi va difeso, chi va sacrificato, chi merita mercato e chi merita scudo. E quando questa scelta diventa sistematica, la concorrenza non è più un processo di scoperta: diventa una concessione amministrativa. È il ritorno della pianificazione mascherata, con un linguaggio più moderno e con etichette più rassicuranti. Il mercato smette di essere un ordine spontaneo di scambi e diventa un teatro regolato, dove la competizione è ammessa solo nei limiti stabiliti da chi governa.
C’è poi un altro aspetto, spesso ignorato: un grande accordo commerciale è anche una lezione di umiltà istituzionale. Perché presuppone che nessuna burocrazia possa calcolare in anticipo quali prodotti saranno migliori, quali tecnologie vinceranno, quali filiere si adatteranno meglio. È il riconoscimento implicito che l’informazione è dispersa e che i prezzi – se lasciati respirare – dicono più di qualsiasi piano. È, in sostanza, un voto di fiducia nella cooperazione volontaria rispetto alla gestione politica del commercio.
E proprio per questo l’accordo Ue-Mercosur divide: perché mette il potere davanti a una scelta netta. O l’Europa crede davvero nell’apertura, accettandone le conseguenze, oppure continuerà a usare il commercio internazionale come una vetrina retorica, salvo poi chiudere le porte appena compaiono i costi del cambiamento. La concorrenza non è una festa: è una prova. Misura la solidità di un sistema e smaschera i privilegi. Se la si invoca soltanto quando conviene, allora non è concorrenza: è propaganda.
L’accordo appena firmato non è ancora realtà piena: dovrà affrontare ratifiche e opposizioni, e non è affatto certo che il percorso sarà lineare. Ma una cosa è già chiara: ha riaperto la domanda fondamentale, quella che l’Europa rimanda da anni. Vogliamo una società capace di imparare, correggersi e competere, oppure una società che sopravvive distribuendo protezioni, rinviando scelte e chiamando “giustizia” ciò che spesso è solo paura del cambiamento?
di Sandro Scoppa