venerdì 9 gennaio 2026
Fino all’avvento della Rivoluzione industriale, le comunità potevano crescere e prosperare solo se riuscivano a spingere la produzione agricola ben oltre la mera sussistenza. L’ascesa dell’Italia nel tardo Medioevo e nel Rinascimento – dal 1250 circa alla metà del XVI secolo – dimostra come un’economia rurale efficiente potesse sconfiggere la povertà endemica che ha oppresso gli uomini per millenni.
Quei tre secoli videro i comuni dell’Italia centro–settentrionale trasformarsi nei maggiori centri commerciali d’Europa. Settori come la manifattura tessile, l’industria sericola, l’oreficeria e l’artigianato, che convergevano nelle affollate fiere locali, crebbero a un ritmo incessante e furono trainati da un settore creditizio in piena espansione. Tuttavia, la fioritura urbana non sarebbe stata possibile senza il contributo delle campagne, che fecero la loro parte – se non molto di più. Gli agricoltori italiani fornivano costanti eccedenze di cibo, materie prime (tra cui lana e coloranti) e cereali a buon mercato che alimentavano le città, vestivano i loro lavoratori e liberavano la manodopera per i telai, le fucine e gli uffici contabili.
UN DONO DELLA NATURA: LA PIANURA PADANA
Ciò che conferiva all’Italia settentrionale il suo primato agricolo era il bacino idrografico della Val Padana, una vasta pianura alluvionale a forma di mezzaluna che si estende per 45.000 km² dalle Prealpi piemontesi ai terreni argillosi della Bassa Friulana. Ogni anno il Po e i suoi innumerevoli affluenti inondavano i campi, riversando nuovo limo e sostanze nutritive che mantenevano il suolo tra i più ricchi e profondi d’Europa.
Gli studi moderni confermano quello che i contadini medievali avevano già intuito: la Pianura Padana vantava una quantità di azoto di gran lunga superiore alle regioni francesi o tedesche. Le rese del frumento raggiungevano regolarmente un rapporto pari a 6 a 1 o, addirittura, 8 a 1 nelle zone irrigue di Lombardia ed Emilia-Romagna – circa il doppio del misero rapporto 3 a 1 o 4 a 1 di cui i contadini del Nord Europa dovevano accontentarsi negli stessi secoli. Eppure, l’avidità insaziabile del potere politico era pronta a dilapidare quelle risorse.
SACCHEGGIATA DALL’ESTERNO, DIVORATA DALL’INTERNO: IL DOPPIO CROLLO DELL’ITALIA
Dalla fine del XV fino alla prima metà del XVI secolo, l’Italia fu devastata da una lunga serie di conflitti noti come le Guerre d’Italia (1494-1559). Gli eserciti stranieri trattarono le libere città italiane come poco più che un bottino da saccheggiare e percorrere a briglie sciolte, come scrisse Niccolò Machiavelli nel capitolo XII de Il Principe, quando definì l’Italia “predata e corsa”.
Alleanze mutevoli, battaglie campali e improvvisi ribaltamenti della sorte finirono per consegnare il predominio all’Impero asburgico a spese della Francia. Il risultato fu un impoverimento generale della penisola italiana. Quando la situazione si calmò, quelle che un tempo erano le fiere repubbliche indipendenti del Nord – città-stato le cui tradizioni di autogoverno, decentramento amministrativo e libertà civica avevano favorito la loro ascesa economica – caddero sotto il dominio asburgico come il resto d’Italia.
Ma ancor prima che i sovrani europei affondassero i loro artigli egemonici in un’Italia sanguinante, l’ingordigia delle istituzioni locali stava annunciando le prime note di decadenza dall’interno. L’entroterra del Bresciano offre un esempio perfetto al riguardo. Ben lontana dal mito di una Venezia eternamente aperta e dinamica, la regione rimase subordinata alle politiche corporativiste della Repubblica veneta: solo negli ultimi decenni della sua esistenza la Serenissima cedette, abbracciando la liberalizzazione economica e sostenendo le forze imprenditoriali emergenti nelle province.
Per tutto il XV secolo, i territori veneziani videro un sistematico trasferimento delle terre contadine nelle mani del patriziato urbano. Intere comunità rurali vennero spogliate dei loro beni, che furono registrati tra i possedimenti dell’oligarchia lagunare nel catasto veneziano. Le ricadute economiche di questa massiccia acquisizione sono documentate in un rapporto che i rettori di Brescia inviarono al Podestà il 15 febbraio 1461.
Ai funzionari fu chiesto di spiegare cosa fosse accaduto alle campagne nel periodo compreso tra il catasto del 1430 e quello del 1460. La risposta fu perentoria: con la perdita delle terre in mano ai contadini, la piccola proprietà fondiaria cessò di esistere. Al suo posto si diffusero la mezzadria e il sistema dei biolchi, un’antica unità di misura regionale pari alla superficie che una coppia di buoi poteva arare in un solo giorno. Quelli che un tempo erano piccoli proprietari terrieri divennero mezzadri o braccianti grazie a un’espropriazione silenziosa ma perfettamente legale, attuata in nome della cosiddetta “efficienza tributaria”.
Nei pressi dei fertili, ma a lungo trascurati campi di Brescia, nacque un uomo determinato a trasformare “la terra rossa e ostinata da matrigna crudele a madre di progresso e civiltà”: Camillo Tarello.
UN LIBERTARIO DEL XVI SECOLO IN CARNE E OSSA
Originario di Lonato del Garda, dove nacque tra il 1513 e il 1523, Tarello crebbe in una famiglia modesta. I documenti a noi pervenuti dipingono il ritratto di un uomo focoso e combattivo, che trascorse la sua vita in tribunale: “cause civili, appelli, arbitrati, processi penali, petizioni a ogni magistrato disposto ad ascoltarlo”. Il 16 luglio 1540 fu condotto davanti al Consiglio dei Dieci e ne uscì con piena assoluzione, quasi certamente per un’accusa di inadempienza fiscale. Il temperamento ingovernabile di Tarello e la sua sfiducia nei confronti dei burocrati suggeriscono che fosse un libertario ante litteram.
Tarello acquistò una fattoria chiamata Marcina nel comune di Gavardo, poco lontano dal fiume Chiese. Quella terra sarebbe diventata la sua dimora per tutta la vita, oltre che un laboratorio a cielo aperto. Ogni intuizione che trasse dai campi – attraverso decenni di tentativi, errori e continui esperimenti – confluì nella sua unica opera conosciuta: Il Ricordo d’agricoltura, stampato per la prima volta a Venezia nel 1567.
LA SCOPERTA RIVOLUZIONARIA CHE VENEZIA IGNORÒ
Il Ricordo d’agricoltura si prefiggeva lo scopo di aumentare la produzione cerealicola in una regione ancora vincolata all’agricoltura di sussistenza. Malgrado la rapida crescita demografica del XVI secolo, le campagne rimanevano stagnanti. Un autentico paradosso: sebbene la popolazione fosse in forte crescita, si inseriva in contesto di disordine socio-economico. La soluzione di Tarello fu quella di aumentare le rese attraverso una rotazione a lungo termine delle colture attentamente pianificata, che sfruttasse appieno il potere rigenerante dei legumi foraggieri. A tal fine, propose di inserire due anni interi di trifoglio e altre leguminose nel tradizionale ciclo quadriennale. Queste piante fissano l’azoto atmosferico, che viene poi convertito in sali minerali e, attraverso la nitrificazione, in nitrati di cui il grano ha bisogno per crescere. Una maggiore produzione di foraggio comportava anche un maggior numero di capi di bestiame e, di conseguenza, una disponibilità ben più abbondante di concime animale da distribuire sui campi rimasti a grano. Ne derivava un vantaggio decisivo, che garantiva raccolti cerealicoli molto più copiosi a parità di terreno coltivato.
Nonostante ciò, Tarello arrivò a scontrarsi duramente con l’élite veneziana: gli studiosi e gli aristocratici lo liquidarono senza mezzi termini, bollando i suoi metodi come “bizzarri e stravaganti”. La mancata adozione del sistema di Tarello fu dovuta a una grave carenza di capitali. Passare dalla coltivazione continua di cereali a una rotazione alternata di grano e foraggio richiedeva ingenti fondi, sia per acquistare il bestiame aggiuntivo sia per colmare l’inevitabile divario di reddito durante gli anni di transizione. In una campagna prosciugata dai contratti di mezzadria e dalle prestazioni feudali, tali risorse erano semplicemente indisponibili.
IL PADRE DELL’AGRICOLTURA MODERNA
Camillo Tarello è stato molto più di uno sperimentatore e di un attento osservatore della natura. Fu anche un autodidatta che univa la conoscenza dei classici, come le Georgiche di Virgilio e il De Re Rustica di Columella, a una mentalità imprenditoriale di matrice proto-capitalista. Nelle pagine iniziali del suo trattato, l’agricoltore si paragonava con orgoglio a Cristoforo Colombo per le idee rivoluzionarie che stava portando alla luce.
La raffinatezza letteraria non era il punto forte dell’opera. Il Ricordo è mal organizzato, a tratti decisamente sconnesso e disorganico nello stile. Al netto della prosa tutt’altro che elegante, la sua importanza è indiscussa. I primi storici dell’agronomia non esitarono mai a collocare Tarello tra i principali antesignani della disciplina.
Uno degli omaggi più significativi proviene dall’agronomo svizzero Heinrich Grüner. Nelle Memorie della Società Economica Bernese del 1761, scrisse con insolita franchezza: “È sorprendente che il modesto libricino di Tarello contenga in nuce le scoperte più importanti dell’agricoltura moderna; scoperte che rivendichiamo con orgoglio come nostre, dimenticando quanto sia più facile perfezionare un’invenzione esistente che compiere il salto iniziale”. Un secolo dopo il professore ticinese Angelo Monà, nel suo saggio L’agricoltura inglese a confronto con quella italiana (1870), sottolineava:
“Gli stessi inglesi riconoscono di dover la teoria della rotazione delle colture – con l’alternanza regolare di cereali e foraggi temporanei – al nostro Tarello di Lonato. L’introduzione del trifoglio e il passaggio dalla rotazione triennale a quella quadriennale derivarono in gran parte dai suoi precetti, che segnarono il primo passo decisivo verso la rigenerazione dell’agricoltura nordica”.
Mentre in Italia Camillo Tarello venne presto dimenticato, all’estero il Ricordo fu subito tradotto, letto con entusiasmo e messo in pratica. La sua maggiore influenza si fece sentire in Gran Bretagna durante la Rivoluzione Agricola del Settecento, dove plasmò le teorie di Arthur Young e Jethro Tull (l’inventore della seminatrice), fornendo le basi essenziali per il celebre sistema a rotazione quadriennale del Norfolk. La storia di Tarello è la tragedia di un genio italiano trascurato in patria che, tuttavia, fu capace di rivoluzionare il corso dell’agricoltura mondiale da lontano.
(*) Tratto dal Mises Institute
(**) Traduzione a cura di Lorenzo Cianti
di Lorenzo Cianti (*)