sabato 29 novembre 2025
Stato e partecipate, chi controlla l’energia in Italia. Buona parte è in mano al gruppo Enel, leader nella distribuzione elettrica, di cui lo Stato detiene tramite il Mef circa il 25 per cento delle azioni. Poi, la Snam, che ha in mano il controllo della distribuzione del gas, insieme con lo Stato tramite la Cdp Reti che ha una quota del capitale. Terna, il colosso della gestione del mercato elettrico interno e con una partecipazione importante dello Stato. La Gse che è interamente pubblica, che non opera direttamente nella distribuzione al dettaglio, ha un ruolo chiave negli incentivi alle energie rinnovabili e per la redistribuzione in Italia. Nel 2025, i ceo di Enel, Snam e Terna sono: Flavio Cattaneo (Enel), Agostino Scornajenchi (Snam) e Giuseppina Di Foggia (Terna). Le nomine sono avvenute nel corso dell’anno per Snam e Terna, mentre Cattaneo era già in carica da tempo per Enel. Le partecipate del comparto energetico italiane hanno registrato importanti utili in questi anni, ma nonostante il controllo statale e il buon affare per le casse pubbliche, le bollette per le famiglie e le imprese restano tra le più care in Europa. Secondo dati recenti le imprese italiane pagano circa il 30 per cento di più della media europea. In netta controtendenza con Germania, Francia e Spagna.
Quando il costo all’ingrosso dell’energia cala, la riduzione non si traduce in maniera proporzione sulle bollette di gas e luce degli italiani. La domanda: come mai lo Stato non impone un prezzo calmierato? Alla luce di questi dati ciò si impone: se lo Stato controlla le principali società energetiche italiane, perché non usa questo potere per diminuire le bollette. Vi è un grande non detto nel dibattito bollette: poiché l’Italia possiede – direttamente o indirettamente – vari dei colossi energetici tra i più importanti in Europa, quando i prezzi di luce e gas incidono in modo pesante su famiglie e imprese, il governo sembra essere uno spettatore, più che un protagonista. Si invocano dinamiche internazionali, si cita l’Europa, si rimanda ai mercati globali che sembrano entità amorfe, astratte. La domanda, però, resta lì: perché lo Stato non interviene in periodi di crisi? La risposta: forse, poiché si tratta di società che distribuiscono allo Stato miliardi di dividendi. Risorse preziose per un bilancio pubblico in continuo affanno.
Questo il punto, lo Stato preferisce incassare anziché attenuare gli effetti del caro bollette. Un equilibrio delicato, certo; ma è anche il segno che la funzione industriale è stata sacrificata sull’altare della finanza pubblica. Poi, c’è l’alibi europeo. Le norme Ue sugli aiuti sono spesso evocate come un muro da non oltrepassare. Un argomento usato a metà. L’Europa vieta distorsione del mercato, non interventi mirati, trasparenti e mirati. Molti Paesi hanno trovato modalità (Francia e Germania) nel proteggere i propri consumatori dal caro energetico. Il problema, semmai, è che l’Italia teme il confronto con Bruxelles più di altri Stati membri temano eventuali richiami. È una scelta culturale, prima che fatta di normative. In mancanza di una volontà politica forte, l’Europa diventa l’alibi perfetto. l’Italia è un Paese che ha smesso di decidere. La questione energetica è il simbolo di una tendenza più ampia: lo Stato Italiano tende a essere proprietario senza essere stratega.
Mantiene quote di controllo, incassa i profitti, ma evita di orientare davvero il settore, per timore di scontentare i mercati, l’Europa o semplicemente per mancanza di visione. Il risultato è che, mentre altri Paesi membri utilizzano le proprie partecipate come strumenti di politica industriale, l’Italia preferisce trattarle come entità neutre, terze, quasi fossero patrimonio separato dalla collettività. La questione non è perché lo Stato non possa intervenire sulle bollette: è perché non voglia farlo. O, perché, oggi, nessuno si assuma il rischio politico di decidere in modo diverso. Tuttavia, finché le partecipate continueranno ad essere considerare più come fonti di dividendi che invece come leve strategiche, le famiglie e le imprese potranno solo sperare che le oscillazione del mercato siano benevoli. Una speranza fragile, in Paese, l’Italia, che da troppo tempo rinuncia a usare gli strumenti che ha a favore del benessere della collettività. Pare necessario un cambio di rotta il prima possibile. Gli italiani non c’è la fanno più.
di Enzo Sossi