giovedì 3 aprile 2025
Ascoltare oggi il brano “Free trading” di Ryuichi Sakamoto, ricco di nostalgie ed echi di ottimismo, fa un certo effetto. Il libero commercio è sempre più sostituito dal controllo statale e da nuove corporazioni e potentati, e l’Occidente che si delinea avrà comunque somiglianze con un Oriente ancorato sull’accentramento dei poteri e sul Leviatano della repressione. Un Oriente dove Stato e religione sono un unico pitone, e dove si fondono monarchia assoluta e imperialismo, visto che anche la Cina è come la Russia una monarchia, con un partito Comunista che è un iper mandarinato burocratico, utile al controllo di sudditi che ipocritamente sono presentati come padroni.
I dazi – comunque declinati – sono un fattore di declino, al contrario del libero commercio. Dopo l’apocalisse del commercio internazionale provocata dall’imposizione di nuovi dazi da parte degli Stati Uniti, la domanda che dovremmo farci è “Perché stampa mainstream e politica stanno strepitando, ma senza parlare di numeri?”. Perché se i dati forniti il 2 aprile (clicca qui) dal presidente Donald Trump sono reali, tutta la narrativa che sento in tv e su carta sarebbe falsa. Perché l’Europa, come Messico, Canada, Cina, eccetera. sarebbero il bue che dà del cornuto all’asino Trump. Eppure i dati del commercio di manufatti verso e dagli Stati Uniti sembrano a oggi veritieri. Se l’Europa sui manufatti statunitensi applicava tariffe del 39 per cento, perché parla di guerra commerciale se gli Usa adesso applicheranno dazi del 20 per cento? Ho sentito un solo esperto, in queste ore, dire cose concrete, cioè: “Poteva andarci molto peggio…”.
Insomma, noi cittadini europei i dazi li applicavamo a nostra insaputa oppure no? Questa vicenda è centrale per capire chi davvero comanda nel mondo, e dove si vuole andare a parare. L’incubo del doomsday trumpiano ha origine nel debito pubblico statunitense che gareggia con quelli di Italia e Giappone. Oltre ai dazi, Trump ha bisogno di soddisfare le aziende americane, che non possono competere con l’export di Cina, India o Sud Corea. In questo caso l’obiettivo è la revisione dei cambi attraverso il calo di valore del dollaro. Infine l’indebitamento di Stato andrebbe scaricato sulle spalle dei contribuenti, da Jeff Bezos & company ai milioni di mr. Smith: il modello è quello dei Bot italiani.
Il problema riguarda soprattutto l’export americano di merci fisiche. Trump pensa alla manifattura yankee, al di là quindi dell’export di beni immateriali in cui gli Usa sono monopolisti mondiali, con i social e i modelli di distribuzione come Amazon, e anche i Big Box, che moltiplicano pantagruelicamente le dimensioni degli ipermercati europei. Per non parlare del postcapitalismo delle idee (Uber come rivoluzione nell’universo del trasporto urbano a mezzo di taxi), e di aziende futuristiche come quelle di Elon Musk, che hanno un dominio terrestre (telecomunicazioni e trasporti) ed extraterrestre (progetti su Luna e Marte).
Comunque, parlando di manufatti vediamo tutti benissimo che la concorrenza cinese non è da poco: i romani da poco possono godere di un distributore diretto di benzina PetroChina, situato sul GRA, uscita Aurelia, dove la verde costa 1,60 e il diesel 1,45. La Cina ha vinto grazie al dumping reso possibile dallo sfruttamento dei lavoratori (ma allora, perché Maurizio Landini è ancora comunista?). La Germania, con l’aiuto di molte Pmi italiane, esporta auto a tutta forza negli Stati Uniti, così come facevano le mega factories giapponesi Toyota e Honda negli anni in cui Clint Eastwood girò Gran Torino. Si capirà quindi che la “Trumpnomics” non si riduce soltanto alla questione dei dazi su cui si sono appollaiate le Galline in foga del giornalismo europeo ecclesiale e militante.
Si capirà anche perché, contrariamente a quanto fatto finora (pagando senza discutere), il colosso Meta di Mark Zuckerberg, cui l’Agenzia delle Entrate italiana ha rilevato infrazioni sull’Iva di oltre 877 milioni di euro, ha deciso di non pagare. Meta si rivolgerà alle sedi che giudicano il contenzioso commerciale internazionale.
Sempre in temi economici, si deve rilevare che le borse europee, nel giorno prima del kantiano Das ende aller Dinge (La fine di tutte le cose), hanno avuto un rialzo superiore all’uno per cento (Milano +1,3). Controtendenze anche per il mercato italiano dell’auto (mentre John Elkann andava a trattare con Trump). Nel mese di marzo le immatricolazioni sono salite del 6,2 per cento, dopo quasi un anno di cali delle vendite.
Ricordo che i dazi hanno reciprocità da sempre. Quindi Trump è consapevole di ciò. La cosa più anti mainstream l'ha detta l'economista Mario Baldassarri su Radio Radicale: se Trump produrrà problemi alle aziende americane, allora gli imprenditori statunitensi (che non sono integralisti come quelli piddini, ma pragmatici) abbandoneranno e combatteranno Trump. Tutti, non solo Elon Musk. C'è quindi da pensare che la vera politica economica trumpiana o non appare, o non c'è proprio. In tal caso sarebbe un dilettante al potere. Le turbolenze dell’economia americana oggi si riflettono, più che su Wall Street, nel rallentamento delle aziende riguardo la loro programmazione e investimenti (dovuto all’incertezza del momento). Ma ogni blocco delle policy imprenditoriali è un danno per gli Stati Uniti e tutto l’Occidente. Continuando a non delineare una organica idea per la crescita dell’economia e il calo del debito pubblico, Trump potrebbe trovarsi contro non i democratici nordamericani, e non solo gli immigrati, l'Europa eccetera. ma gli stessi imprenditori americani.
Ciò segnerebbe la sua fine, che non avverrebbe come la delineano i Marco Travaglio o i Michele Serra o i postcomunisti. Le sinistre e gli ipernazionalismi tendono sempre a presentare i loro nemici come idioti, delinquenti e mangiabambini a prescindere. È così anche per Donald Trump. Questo pregiudizio è sbagliato eticamente e politicamente.
Ciò vale anche per la pace in Ucraina, dove i sacerdoti del culto post-marxista hanno emesso la loro scomunica prima ancora che ci fosse uno straccio di documento. Certo si sono basati su parole (dichiarazioni, scontri verbali con Volodymyr Zelensky) distanti dalla diplomazia classica. Ma ciò non basta per mandare al rogo non dico Giordano Bruno ma tutti i presidenti repubblicani degli Stati Uniti, odiati a prescindere e coram populo dai mediocrati e politici nostrani. Se Trump conquisterà la Groenlandia con le armi, se soffocherà la libertà politica ed economica dell’Ucraina e dell’Europa, se affosserà l’economia mondiale, se porterà guerre insensate, allora i liberali autentici dovranno combatterlo con la forza della ragione e alla luce dei fatti.
Se la storia è ancora in progresso verso il meglio, allora “ognuno è allora chiamato dalla stessa natura a contribuire per la sua parte, secondo le sue forze” (Kant, “Inizio congetturale della storia degli uomini”).
di Paolo Della Sala