I beni confiscati alla criminalità organizzata: se li utilizzassimo per tagliare il debito?

A quanto ammonta il valore dei beni confiscati alla criminalità organizzata? A 25 miliardi di euro, come ha dichiarato l’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi, oppure a 1 miliardo, come ha rilevato la Corte dei Conti? Sono cifre distanti in maniera abissale e, forse, è impossibile fornire una stima esatta, resa oggettivamente assai complicata dai vari criteri di valutazione adottabili. Quale che sia il loro valore reale è certo che si tratta di cifre molto importanti, tali da poter incidere sul bilancio dello Stato. Parliamo infatti di migliaia di immobili, aziende e terreni.

Si tratta, tuttavia, di un patrimonio immobiliare che, fatte salve alcune eccezioni, si traduce in costi di gestione e non porta entrate allo Stato. Spesso gli immobili confiscati alle organizzazioni mafiose rimangono inutilizzati per anni, con il risultato che occorre sostenere nuove spese per il loro mantenimento e messa in sicurezza, nell’attesa spesso vana che qualche meritoria associazione ne chieda l’utilizzo per fini sociali.

Certo, esistono brillanti eccezioni da nord a sud, come il centro commerciale Jambo di Trentola Ducenta confiscato al clan Zagaria, che grazie all’intelligenza dei suoi amministratori è oggi in grado di produrre ricchezza e servizi a vantaggio di una vasta area territoriale, oltre a proporsi come luogo di aggregazione per le numerose iniziative culturali che vi si tengono. Ma a fronte di alcune brillanti situazioni il quadro generale rimane precario e spesso incagliato nel dibattito, più ideologico che tecnico, riguardante la possibilità di alienare i beni confiscati.

I contrari alla vendita sostengono che i beni confiscati, se immessi sul mercato, potrebbero essere riacquistati dalle organizzazioni criminali con danni enormi sotto il profilo della credibilità dello Stato. I fautori della possibilità di vendita ritengono, invece, che i beni potrebbero essere utilizzati per fare cassa, a vantaggio soprattutto degli enti locali che ne curano la gestione.

Esiste tuttavia una soluzione alternativa, che consentirebbe di uscire dall’impasse in cui è arenato il dibattito. Consiste nel far confluire i beni confiscati in un fondo d’investimento etico, le cui quote potrebbero essere immesse sul mercato per essere acquistate. Gli enti pubblici, le banche, le fondazioni e anche gli investitori privati potrebbero acquistare quote del fondo e, in tal modo, lo Stato incamererebbe considerevoli risorse da utilizzare per ridurre il debito pubblico o per finalità di interesse sociale. Inoltre, il valore dei beni confiscati, dovendosi confrontare con le regole di mercato, finirebbe per emergere più chiaramente rispetto a tante stime discordanti.

Sarebbe una misura che consentirebbe di ridurre il debito pubblico e che, al contempo, scongiurerebbe il rischio di far tornare i beni confiscati nelle mani della criminalità organizzata. Sono sempre più numerose le voci autorevoli che suggeriscono di convogliare una quota del risparmio degli italiani nell’acquisto, attraverso fondi, del patrimonio immobiliare che lo Stato ha ceduto agli enti locali. È il cosiddetto Tagliadebito, e i beni confiscati potrebbero fare da apripista.

L’obiezione che potrebbe essere mossa è la seguente: perché una Fondazione, una Cassa di Risparmio, la Cassa Depositi e Prestiti o i risparmiatori dovrebbero acquistare quote di un fondo con redditività prossima allo zero? È una obiezione facilmente confutabile sulla base di due semplici motivi: il primo è che una parte dei proventi degli Istituti di credito deve essere comunque destinata a finalità sociali e non speculative. Il secondo motivo è che anche le riserve obbligatorie sono detenute in titoli a rendimento prossimo allo zero, per cui la differenza non sarebbe incisiva. Anzi, in tempi di rendimenti negativi è da considerare che la quota del fondo posseduta incrementerebbe il suo valore, dal momento che nel fondo confluirebbero i beni immobili confiscati di volta in volta.

I fondi etici stanno conoscendo un vero e proprio boom in questi anni. Cosa impedisce di realizzarne uno che possa comprendere quei beni confiscati dallo Stato che restano inutilizzati?

Aggiornato il 03 marzo 2020 alle ore 15:52