venerdì 6 novembre 2026

L’arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità. Non è la sola massima più famosa di Pablo Picasso se proprio da lui abbiamo appreso che “ogni atto di creazione è prima di tutto un atto di distruzione”. È anche una verità che continua a scrosciare sull’alveo della storia contemporanea a distanza di quasi mezzo secolo dalla sua invenzione. Picasso ha inventato la verità, l’ha ritrovata sotto il rumore del torrente dell’arte classica. Ma non ha mai cessato di svilupparsi nelle più disparate forme dell’estro umano, nelle più disorganiche visioni del passato, nelle più scorrette incertezze dell’essere moderno. È arrivata quindi fino ai nostri giorni, ma senza che nessuno la attendesse per come l’abbiamo lasciata cinquant’anni fa. Ma dove?
Dentro la calura frugale dell’entroterra pugliese, alle pendici del Tavoliere, le rocce dei campi incolti hanno metallizzato le figure umane. La luce tersa del sole ha reso selvagge le regole del verosimile, e l’ambiguità della natura ha sortito una dualità della solitudine.
Una declinazione picassiana del reale dunque ma insolita, che proviene dalle opere di Tina Bevilacqua, originaria della piccola cittadina pugliese di Trinitapoli.
Volti girati, visi cupi, occhi vagamente aperti, labbra arcuate, nasi stenografici, corpi tubolari, arti funicolari, e sguardi occultamente metafisici. Le apparenze di una pittura, quella di Bevilacqua, che manifestano l’imperscrutabilità dell’arte nata come poesia di uno spazio che supera il tempo logico.
È difficile, infatti, scrutare un’opera d’arte quale Ascolto (60x42cm, 2025). Si rimane inconsapevoli dell’impossibilità di penetrarne integralmente le sue “intertestualità” di significato e di significante.
Diverse sono le superfici sensoriali e spirituali che diventano tangibili all’occhio che osserva questa figura gigalocefala, dalle forme allungate verso il basso, quasi prosciugate verso la terra e transitanti allo stato liqueforme. Un senso di reclusione e abbandono è ciò che si agita dalla parete grigia e consunta di fondo, schiarita dalla noia dello spazio quotidiano, eppure evanescente come il resto del mobilio che si intravede a destra del dipinto.
Bevilacqua fa convergere tutto la spazio dentro un unico punto di gravitazione che è al tempo stesso un portale temporale. La gravitazione verso cui convergono le sagome della pittura di Bevilacqua è proprio la contravvenzione al limite raggiunto da Picasso con il cubismo analitico.
Qui l’olio diventa acido muriatico della materia vivente. Scioglie e corrode lo strato del disegno sulla tela, e rimescola l’idea dell’immagine iniziale nell’idea dell’immagine finale, quella che ha già assorbito la relatività della volontà umana insieme alla sua istantanea fallibilità dal momento in cui diventa presente.
Il residuo del pensiero picassiano è però ancora visibile nella maschera visuale di Bevilacqua. Ogni volto umano è una maschera disumana. In ciascuno ci sono sempre due fronti, due lati, due emisferi, sotto le mentite spoglie di una mosca anonima. Una similitudine che si direbbe quasi spontanea del piacere della solitudine.
Le spalle della figura anonima si confondono con estrema sensibilità nella rossa superficie piatta del tavolo, possibile identificarlo dalla vicina presenza della sedia bianca. Un intero corpo umano che sembra sciogliersi al centro della scena come centrotavola di un tavolo che Bevilacqua ci mostra già come esito finale della sua metamorfosi temporale. Una figura che sta per divenire fantasma di un presente imminente, ma anche “maschera africana”, cioè primitiva, dell’anima veramente solitaria della specie umana. Una immagine che riflette in pieno la complessità del processo di annullamento della diversità dinanzi al timore della solitudine nella società.
(*) Foto: Ascolto di Tina Bevilacqua (riproduzione riservata)
di Mauro Di Ruvo