lunedì 2 novembre 2026
L’autore de Le avventure di Pinocchio, Carlo Lorenzini, più conosciuto con lo pseudonimo di Collodi, nacque a Firenze nel 1826. Per celebrarne il bicentenario, l’Arma del capoluogo toscano ha voluto dedicare un convegno sul significato ancora attuale del ruolo dei carabinieri presenti in uno dei più grandi classici della letteratura mondiale. La loro presenza nel romanzo è molto più interessante di quanto possa sembrare a una prima lettura. Non è soltanto un espediente narrativo: rappresenta il rapporto fra autorità, legge, ordine pubblico e società. Carlo Collodi li sceglie come tutori della legalità in Pinocchio perché, nella seconda metà dell’Ottocento, essi fanno la loro comparsa all’interno del processo di Unificazione dello Stato italiano diventando simbolo di ordine, sicurezza e rispetto della legge. I carabinieri rappresentano così lo Stato unitario e sin dai primi anni in molti Paesi rappresentano l’unica presenza riconoscibile sul territorio a simbolo dell’autorità delle nuove istituzioni nazionali. Lorenzini coglie questo significato e l’esigenza di “disciplina” necessaria nel cammino di crescita del burattino, così come nella vita che questa storia d’altronde rappresenta. I carabinieri come riferimento educativo. Nel romanzo di Collodi, Pinocchio deve imparare che la libertà comporta responsabilità e che vivere nella società significa rispettare delle regole. Essi esprimono anche una critica ironica alla giustizia.
Il punto centrale è proprio questo: Collodi riconosce la necessità dell’autorità e della legalità, ma non le identifica automaticamente con la giustizia. In Pinocchio emerge quindi una distinzione importante: rispettare la legge non significa necessariamente realizzare la giustizia. Uno dei relatori, il generale e storico Antonino Neosi, in merito ha introdotto l’esposizione con i due principali episodi da considerare. Il primo ritrae Pinocchio, appena modellato, che scappa e un carabiniere lo ferma “chiappandolo per il naso” per riconsegnarlo a Geppetto, il suo creatore. Ma accade qualcosa di paradossale: la folla presente interpreta negativamente il comportamento di Geppetto, che vuole riportare a casa il burattino, e il carabiniere finisce per arrestare proprio lui, lasciando libero Pinocchio. È un episodio ironico, ma anche una riflessione sulla fragilità del giudizio quando l’autorità si lascia condizionare dalle apparenze e dalla pressione popolare. Il secondo episodio si riferisce al momento in cui Pinocchio viene arrestato, questa volta da due carabinieri, dopo una rissa provocata da alcuni ragazzi che marinano la scuola. Un ragazzo viene lievemente ferito dal lancio di un voluminoso Trattato di Aritmetica, tutti scappano e Pinocchio rimane sul posto per soccorrere il compagno.
Quando arrivano i carabinieri, trovano Pinocchio accanto al ragazzo sofferente e lo arrestano, ritenendolo responsabile. Ancora una volta, chi sembra colpevole non è necessariamente colpevole e chi dovrebbe accertare i fatti rischia di fermarsi alle apparenze. Collodi offre così tre spunti di riflessione ancora attualissimi. L’autorità deve essere autorevole, ma anche intelligente, non basta applicare meccanicamente l’ordine: occorre comprendere le circostanze e distinguere le responsabilità. Secondo: la giustizia non può dipendere dal giudizio della folla. L’opinione pubblica può sbagliare, condizionare e persino capovolgere la percezione dei fatti. Il pensiero va a una piazza di Gerusalemme in cui quasi duemila anni fa una folla a cui Ponzio Pilato richiese un arduo responso emise il proprio verdetto. Un esito che nei secoli è risuonato come il più clamoroso esempio di ingiustizia. Terzo: legalità e giustizia non sono sempre sinonimi. La legalità richiede anche equilibrio, discernimento, rispetto della persona e capacità di ricostruire la verità. La vera autorevolezza delle istituzioni non consiste nella capacità di imporre obbedienza, ma nella capacità di esercitare il potere con competenza, imparzialità e senso di giustizia. In queste righe del capitolo 27 spiega il senso dell’autorevolezza delle Istituzioni:
“Eppure, in mezzo a quella specie di stupidità e di rintontimento, una spina acutissima gli bucava il cuore: il pensiero, cioè, di dover passare sotto le finestre di casa della sua buona fata. In mezzo ai carabinieri. Avrebbe preferito piuttosto di morire”. Pinocchio, nella sua metamorfosi, si vergogna di essere arrestato, sentimento attualmente venuto meno per i numerosi errori giudiziari incorsi nel tempo che hanno generato una minor fiducia dei cittadini nei confronti della giustizia tanto che il provvedimento giudiziario non è più percepito come verdetto neutrale dello Stato ma un atto di potere privo di quella sacralità morale che un tempo causava, appunto, vergogna. In sintesi, la natura fantastica e simbolica di Pinocchio rende il romanzo senza tempo. La storia del burattino che aspira a diventare un bambino vero è una metafora universale del desiderio umano di superare le proprie debolezze, migliorarsi e realizzare pienamente la propria umanità. Pinocchio è un personaggio in cui tutti possono riconoscersi: la sua curiosità, i suoi errori con gli inciampi con la giustizia e la sua voglia di riscatto rispecchiano il cammino di ogni individuo verso la maturità.
(*) L’illustrazione è tratta dal romanzo Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi
di Ferdinando Fedi