Sottosuolo. È morto Juan Atkins, il padre della tecno

lunedì 2 novembre 2026


Il futuro non ha più la sua guida. Nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre è venuto a mancare Juan Atkins, il dj e produttore di Detroit che ha inventato e dato un nome alla tecno. Il musicista classe 1962 doveva suonare a Città del Messico. Trasportato in ospedale dalla sua camera d’albergo, non ce l’ha fatta. Le cause della morte non sono state ancora accertate e le notizie che circolano al momento non sono attendibili. La scomparsa del padre della tecno è arrivata a pochi giorni da un importante evento che lo avrebbe celebrato. A Nashville, il 7 novembre, il National Museum of African American Music aveva annunciato “From Nothing to Something: Honoring Juan Atkins”: una giornata gratuita con laboratori, una conversazione pubblica con lui e la presentazione di materiali che aveva donato alla collezione del museo.

Atkins ha capito per primo le potenzialità dirompenti della musica elettronica. Mentre a Chicago la house mischiava i ritmi sintetici con il gospel, guardando al cielo e al divertimento, nella prima Detroit post-industriale i computer e l’automazione simboleggiavano il vuoto, l’assenza. I metalli che avevano smesso di battere nelle fabbriche risuonavano in chiave musicale nelle produzioni di Atkins, che mischiavano alienazione urbana, il funk più sperimentale, i Kraftwerk e la fantascienza. La disgregazione della società andava di pari passo con lo sgretolamento della melodia e dei canoni musicali, risorgendo in un groove freddo e martellante, quasi industriale.

Nonostante le creazioni di Atkins – prima con lo pseudonimo di Cybotron, poi con quello di Model 500, ma anche Infiniti, Audio Tech e Magic Juan – abbiano dato il via alla rave culture di Berlino, Amsterdam e Londra, la tecno del produttore di Detroit non è nata per far ballare. La “moda” della tecno è arrivata dopo. Brani come No UFOs e Clear non sono pensati per la pista da ballo, per i club di periferia e neanche per i capannoni abbandonati di Berlino: sono le colonne sonore di una visione distopica del mondo, in cui anche la musica si riduce alla risulta di un codice binario. Per sopravvivere alla tecnologia, secondo Atkins, bisognava imparare a imbrigliarla e farla suonare.


di Edoardo Falzon