Pisa, “Dido and Aeneas” per la prima del Teatro Verdi

martedì 27 ottobre 2026


Un capolavoro del teatro musicale del Seicento va in scena per la prima al Teatro Verdi di Pisa. La sala e i palchi sono gremiti di pubblico fino all’ultimo ordine di galleria. Dido and Aeneas è un’opera antica di Henry Purcell che giunge ai nostri giorni interamente musicata, concepita in origine per la corte. Lo scrive Attilio Cremonesi che insieme a Francesco Bondì cura la ricostruzione musicale e drammaturgica del Prologo. In origine viene concepita per uno spettacolo più ampio sul modello delle semi-opera inglesi. Oggi, nell’edizione 2026-27 del Teatro Verdi, l’opera viene presentata al pubblico con un Prologo e Tre atti in forma iconica, solenne, in una sola parola, ancora meravigliosamente barocca. Proporla al Verdi è una scelta coraggiosa che merita il plauso del pubblico pisano certo avvezzo ai tempi della musica d’opera, talvolta lunghi se vissuti senza una preparazione o predisposizione al melodramma. Ed ecco che, entrare nella storia di una regina abbandonata e di un principe troiano che obbedisce al Fato ci porta dritti nella Cartagine della fondazione, il IX secolo avanti Cristo, ma contemporaneamente nella corte elisabettiana del Seicento.

L’opera, infatti, è stata rappresentata per la prima volta a Londra l’11 aprile 1689 in occasione dell’incoronazione di Guglielmo II d’Orange e Maria Stuart. In tempi però, in cui Elisabetta la grande è solo un ricordo e l’Inghilterra ha appena fatto i conti con due rivoluzioni: la prima nel 1648 che culmina nella decapitazione del re Carlo I Stuart, e la seconda, la Gloriosa rivoluzione, che si conclude con la cacciata di Giacomo II in terra di Francia. Purcell, infatti, scrive Dido and Aeneas nell’alveo di un teatro inglese che risente fortemente degli influssi della musica di Lully. Su un libretto di Nahum Tate l’opera riprende le vicende narrate da Virgilio nel libro quarto dell’Eneide. Ma se da un lato la storia che si ripete ci è nota, è l’amore che, nel farsi ancora protagonista, questa volta si svela in forme diverse. In questa versione, come spiega il regista Francesco Bondì, l’intenzione non è quella di offrire al pubblico la storia di una Didone abbandonata bensì quella di consegnare “il sogno di una regina che ha il desiderio di dare al suo popolo una città nuova, un ambiente sano e pacifico su cui poter far fiorire la vita”.

L’inizio è scandito da un procedere lento, austero. C’è un corteggiamento tra danza e orchestra che produce il linguaggio silenzioso della comunicazione del corpo. Una città, Cartagine, sta nascendo e il suo epicentro si ritrova giusto dentro un fascio di teli bianchi stirati e annodati dai danzatori. Sono teli che irradiano l’amore che proviene dal cuore della macula rossa, la regina Didone. Siamo ancora nel Prologo in cui Didone, infatti, segna il perimetro della città con le strisce di pelle di bue e la dedica a Giunone. Ricostruita da Attilio Cremonesi, la musica del Prologo si fonda su suggestioni stilistiche e compositive ricavate da Purcell. Poi i Tre atti in cui si susseguono gli attori cantanti a partire dalla splendida Didone, interpretata dal soprano Anna Caterina Antonacci ed Enea dal tenore Enea Scala. Due corpi che si muovono, due anime che si toccano raccontando la storia di un vuoto e della sua forma. Di un vuoto dell’origine in cui omicidio e fuga diventano le ragioni che spingono un essere umano a fondare una città.

Parole del regista Bondì, che insiste nel presentare la storia di Didone ed Enea, prima ancor che storia d’amore, come una storia di fondazioni di città, da Cartagine a Roma. Nei Tre atti ottima performance di Belinda, sorella e confidente di Didone, interpretata dal soprano americano Penelope Kendros a cui si seguono il contralto Margherita Maria Sala che ha interpretato la Maga. Il mezzosoprano Erica Zulikha Benato, la Seconda donna. Il canto dello Spirito che è del mezzosoprano britannico Anita Montserrat e la Seconda strega il mezzosoprano Valentina Coletti. Il cast eccellente è diretto da Attilio Cremonesi, sotto la regia di Francesco Bondì con Roberto Tusa, assistente scenografo. La coreografia è di Sabrina Vicari, il maestro del coro Marco Bargagna. Infine, un plauso a parte va fatto alla scenografia e a quelle luci cha hanno dato vita alla calda sabbia del deserto, in un morbido contrasto con la plasticità cromatica delle vesti dei danzatori dal sapore decisamente manieristico. All’atto finale, c’è ancora una separazione. Enea è già partito ed è Didone a lasciare per sempre, lungo una scia d’incenso, la sua Cartagine, ma anche il suo pubblico ormai immedesimato e assorto all’interno di una cornice settecentesca in perfetto stile tableau vivant.


di Salvatore La Lota Di Blasi