mercoledì 21 ottobre 2026
Anthony Ippolito dà il volto a Sylvester Stallone nel film che racconta la genesi di Rocky Balboa. L’attore 27enne, originario di West Islip (contea di Suffolk, New York), specializzato bei racconti biografici (è stato Al Pacino nella miniserie The Offer), ha ricevuto il Premio Progressive alla carriera alla Festa di Roma. L’interprete è il protagonista assoluto del film Rocky sono io (I Play Rocky) di Peter Farrelly, presentato con successo nella sezione Grand Public della kermesse capitolina, in sala dal 31 dicembre con Eagle Pictures. Su soggetto e sceneggiatura di Peter Gamble, il regista Premio Oscar porta in scena il film sportivo per antonomasia, a cinquant’anni dall’uscita del lungometraggio diretto da John G. Avildsen. La storia è nota. Sylvester Stallone scrive il copione di Rocky e lo presenta ai produttori, a una condizione: interpretare il ruolo del pugile. Ma all’epoca, l’attore italo-americano è pressoché sconosciuto. In Rocky sono io si rimarca il rapporto conflittuale di Sylvester con il padre Frank (Matt Dillon), quello con Sasha Czack (Anna Sophia Robb), che diventa sua moglie, e poi anche la presenza di Butkus, il suo fedele cane mastino con cui Sylvester condivide una notte da senzatetto.
Tra le scene di culto del film, vanno menzionate quella dei pugni contro i quarti di carne per allenarsi, la corsa sulla scalinata di Philadelphia e anche la nascita del personaggio di Rocky. Nel 1975 Stallone assiste a un incontro di pugilato tra Muhammad Ali e lo sfavorito Chuck Wepner che però riesce a resistere contro il campione molto più a lungo di quanto tutti si aspettassero. Stallone rimane colpito da quell’uomo che continua a combattere anche quando sembra impossibile vincere. Nasce così l’idea di Rocky Balboa. “Non faccio mai un film pensando al messaggio. Cerco solo di far divertire la gente, di piacere, ma se si vuole proprio trovare un messaggio è quello anti soldi: le cose si possono fare se lo si vuole davvero. Adesso tutti vogliono essere miliardari come Elon Musk. Per stare meglio basta solo la speranza, crederci”, dice Peter Farrelly.
A chi lo accusa poi di aver realizzato una copia di Stallone, replica: “Non volevo certo fare una caricatura, molti lo hanno imitato, noi volevamo solo catturarne l’essenza, volevamo che si vedesse Stallone in carne e ossa”. Per Ippolito, “Stallone è un eroe. Si è mostrato entusiasta del film e anche gentile e generoso a incontrarmi un mese prima di iniziare le riprese. Abbiamo avuto una discussione interessantissima. Mi ha detto com’era stato il suo rapporto con i produttori, come si era sentito nei suoi periodi peggiori e come aveva lottato per uscirne”. Ma che alla fine questo Rocky sono io sia molto simile, anche nella lavorazione, al film originale da tre Oscar che racconta, diventa chiaro a Peter Farrelly che a un certo punto dice: “È vero, questo film rispecchia la creazione di Rocky per molti aspetti. Non avevamo un grande budget proprio come loro: Rocky poi fu girato in ventotto giorni, mentre noi abbiamo fatto ancora meglio, ventiquattro giorni. Abbiamo avuto lo svantaggio di dover farlo sembrare ambientato negli anni Settanta”.
di Andrea Di Falco