martedì 20 ottobre 2026
Fatherland, il film girato in bianco e nero dal regista polacco Paweł Pawlikowski, già vincitore del Premio per la Miglior regia al Festival di Cannes 2026, è sinora l’unica luce, non propria ma riflessa, che si è vista in questa edizione della 21ª Festa del cinema di Roma, seppure nella sezione non competitiva Best Of, nelle sale italiane distribuito da Mubi. Si tratta di una kermesse che sembra proprio non potere sopravvivere all’addio alla politica di Walter Veltroni, che tanto la volle a suo tempo, ormai quasi un quarto di secolo orsono. Tutti gli altri film visti da chi scrive, a cominciare da quello di esordio di Paolo Genovese, Il rumore delle cose nuove, non valgono (sempre a giudizio del suddetto) il prezzo del biglietto in sala. E saranno presumibilmente film poco visti anche quando andranno sulle varie piattaforme che li finanziano. Però da solo vale tutto il badge da 65 euro che i giornalisti pagano per questo festival come per tutti gli altri.
Quanto a Fatherland, bisogna ammetterlo: è un dolcissimo e nostalgico tuffo nel passato, nella storia un po’ romanzata (ma solo un po’) del ritorno nella Germania post-nazista e del Dopoguerra nell’inizio dell’estate del 1949 del grande scrittore Thomas Mann, Premio Nobel per la letteratura nel 1929 (per il romanzo d’esordio, I buddenbrook) ed esule in America dal 1933. Il film racconta i suoi due incontri con il pubblico e con la stampa. Uno in Germania Ovest, sorvegliato discretamente dalla Cia, e uno in Germania Est, sorvegliato molto meno discretamente dalla Stasi e dal Kgb. Il tutto in un turbinio di polemiche in cui le lettere anonime filo-naziste lo indicano come “traditore della patria” mentre gli americani negli Stati Uniti fanno uscire articoli su riviste popolari che lo bollano come “quinta colonna dei sovietici”, per la sua decisione non programmata prima di andare anche nella parte est del Paese non ancora diviso dal Muro di Berlino ma comunque separato per aree di influenza tra alleati e l’Urss di Iosif Stalin (ancora vivo in quel 1949).
Fatherland è anche una storia di Guerra fredda. In meno di un’ora e mezzo, e solo per questo il regista meriterebbe l’Oscar per il Miglior film internazionale (scelto dalla Polonia come candidato ufficiale per l’edizione 2027), è contenuta tutta la tragedia del secolo scorso e delle due principali. Dittature che lo sconvolsero: quelle fasciste e naziste e quelle comuniste. Ci sta anche un interessante distinzione sulla terminologia usata per la parola che in italiano traduciamo come “patria”. La racconta nella conferenza tenuta in Germania Ovest proprio lo stesso Mann a precisa domanda di una giornalista. C’è la patria di adozione che ti accoglie e che uno sceglie per le vicissitudini della vita (o che è costretto a scegliere) e poi c’è la Heimat che è quella a cui appartieni per nascita. Chi non ricorda la serie omonima di Edgar Reitz? In Germania Ovest, a Mann, lo vorrebbero far diventare un simbolo della cultura esiliata dal nazismo e in quella est addirittura gli chiedono di fare da ministro della cultura come carica simbolica ma in netta chiave anti capitalista. Nel frattempo il figlio Klaus, scrittore anche lui ma sovrastato dall’ombra del padre, noto alle cronache per il suo uso di droghe pesanti, decide di non partecipare al viaggio e si suicida il 21 maggio 1949. La notizia arrivò a Thomas Mann e alla figlia quando erano già in Germania Ovest tre settimane dopo. Nella realtà Thomas Mann quel viaggio lo fece davvero ma accompagnato dalla moglie e non dalla figlia come nel film. Mann, come lo descrive il regista, si mostra chiaramente deluso dalla piega che ha preso il suo ritorno in Germania dopo 16 anni di esilio e nel film decide di non farsi strumentalizzare. Bellissimo il finale che ovviamente è meglio non “spoilerare”.
Nota a margine che riguarda il festival e non il film ovviamente, anche l’attore spagnolo Javier Bardem ha voluto consegnare alla storia una frase a suo avviso “memorabile” al momento del ricevimento del Premio alla carriera paragonando Adolf Hitler e Benito Mussolini a Benjamin Netanyahu. Un tributo alla pseudo-ideologia Pro-pal non poteva mancare. Purtroppo anche celebrata da Alberto Crespi nella puntata di domenica 18 ottobre ad Hollywood Party, storico programma di cinema di Radio 3. Che peccato che una persona così brava e preparata come lui si pieghi, per convinzione o per motivi meno nobili, a questa stupida propaganda. Allen Ginsberg lo avrebbe messo nell’incipit di un Urlo (Howl) in chiave contemporanea in cui “The best minds of my generation” si facevano distruggere (invece che dalla fame di droghe) da quello che Pier Paolo Pasolini, in Uccellacci e uccellini, film bellissimo con Totò come protagonista, definiva “un corvo chiamato ideologia”.
di Dimitri Buffa