lunedì 19 ottobre 2026
Il trionfo di Luca Salsi e le ombre della regia di Tatjana Gürbaca
Il ritorno del Falstaff di Giuseppe Verdi al Teatro dell’Opera di Roma costituisce un appuntamento di particolare rilievo nella vita musicale della Capitale.
Ultimo capolavoro del compositore di Busseto, l’opera rappresenta una delle più alte sintesi della storia del melodramma, con una partitura di straordinaria modernità, nella quale il virtuosismo dell’orchestrazione, la raffinatezza della scrittura vocale e la perfezione dell’ingranaggio drammaturgico si fondono in un equilibrio di rara compiutezza.
Infatti, portare in scena un simile monumento del teatro musicale significa misurarsi con un’opera che non tollera approssimazioni, né sul piano dell’esecuzione musicale né su quello della concezione registica.
La rappresentazione di martedì 13 ottobre 2026 consegna al pubblico un risultato di luci e ombre, perché si è rivelata un’autentica affermazione musicale, suggellata dalla magistrale interpretazione di Luca Salsi nel ruolo del protagonista e dalla raffinata direzione di Michele Mariotti, cui si è contrapposta una regia di Tatjana Gürbaca che non ha restituito affatto la vitalità comica, l’intelligenza teatrale e la sottile malinconia del capolavoro verdiano.
Se l’orchestra e il cast vocale riescono a restituire la complessità di una scrittura in cui ogni nota, pausa e inflessione concorre alla costruzione del dramma, l’impianto scenico appare invece prigioniero di una visione estetica cupa e poco dinamica, incapace di valorizzare la brillantezza del libretto di Arrigo Boito.
Invero, è stato soprattutto Luca Salsi a imporsi come autentico protagonista della serata, il suo Falstaff, sostenuto da una voce baritonale di ragguardevole ampiezza e governato da un fraseggio di notevole finezza, è andato oltre la semplice caratterizzazione farsesca, per restituire tutta la complessità psicologica di una delle figure più affascinanti del teatro shakespeariano.
Un’interpretazione nella quale autorevolezza vocale, intelligenza drammatica e sensibilità espressiva concorrono a delineare un personaggio vivo, contraddittorio e profondamente umano.
Proprio nel confronto fra questa eccellenza interpretativa e le debolezze della messinscena che si misura, in definitiva, il bilancio della serata romana.
Il vero centro gravitazionale dello spettacolo è Luca Salsi, perché il baritono affronta il personaggio senza indulgere nella facile caricatura del vecchio gaudente, evitando di ridurre Sir John a una maschera grottesca o a un semplice bersaglio comico.
Il suo Falstaff possiede, al contrario, una propria dignità umana, in quanto è vanitoso, opportunista e irresistibilmente ingenuo, ma conserva sempre una vitalità che lo rende molto più complesso di quanto suggeriscano le sue disavventure.
La prestanza vocale, sostenuta da una corda baritonale poderosa, non si traduce mai in un’esibizione muscolare fine a sé stessa.
Salsi privilegia il controllo del suono, la varietà dei colori, la chiarezza della dizione e un fraseggio accuratamente modellato sulla parola ed è in questa capacità di lavorare sui dettagli che si riconosce un interprete di autentica personalità,
Ogni sua inflessione contribuisce a definire il carattere, ogni pausa acquista un significato teatrale, ogni accento restituisce la sottile ironia dei versi di Arrigo Boito.
Inoltre, particolarmente efficaci risultano i monologhi L’onore ed Ehi! Taverniere, nei quali il cantante alterna la spavalderia del protagonista a improvvise sfumature di disincanto.
Nell’arioso Va’, vecchio John, Salsi esibisce sicurezza e brillantezza, mentre in Quand’ero paggio sorprende per la delicatezza della mezza voce e per la qualità del fraseggio, che restituisce alla memoria del passato un’imprevista vena malinconica.
Perciò è qui che emerge il volto più umano di Falstaff, personaggio che ride delle proprie sconfitte proprio perché non può permettersi di prenderle troppo sul serio.
Di particolare rilievo anche il confronto con il Ford di George Petean, il dialogo fra i due baritoni diventa uno dei momenti più riusciti della serata, grazie al contrasto fra la vocalità ampia e sfumata di Salsi e il timbro più tagliente del collega e ne scaturisce un confronto teatrale di grande efficacia, nel quale gelosia, sospetto e beffa si alimentano reciprocamente.
Salsi dimostra così di possedere non soltanto i mezzi vocali necessari per sostenere un ruolo tanto impegnativo, ma anche la sensibilità per coglierne le contraddizioni.
Il suo è un Falstaff autorevole senza essere rigido, comico senza diventare caricaturale, capace di passare con naturalezza dalla vanteria alla malinconia, in sintesi, una prova che conferma la statura di un interprete di primo piano nel repertorio verdiano.
Sul podio, Michele Mariotti offre una lettura di grande intelligenza musicale, nella quale trasparenza orchestrale, precisione ritmica e ricchezza timbrica concorrono a esaltare la modernità della scrittura verdiana.
Il direttore evita sonorità eccessivamente roboanti e privilegia un equilibrio dinamico che permette di apprezzare la finezza dell’orchestrazione, la mobilità dei dialoghi e la continua alternanza fra brillantezza comica e malinconia.
L’orchestra del Costanzi risponde con una prestazione solida e partecipe, sostenuta da una direzione che non separa mai il dato musicale dalla situazione scenica. Altresì, risulta particolarmente felice il rallentando conclusivo delle risate delle donne alla fine del primo atto, esempio di come Mariotti sappia valorizzare il dettaglio senza perdere di vista l’architettura complessiva della partitura.
Notevole anche il lavoro sugli insiemi femminili, nei quali le voci si intrecciano con una precisione quasi strumentale, trasformando il concertato in un raffinato meccanismo teatrale.
Si è assistito a una direzione che comprende perfettamente la lezione dell’ultimo Verdi, in cui la comicità non nasce dall’enfasi, ma dalla precisione non dal volume, ma dall’articolazione non dalla ricerca dell’effetto isolato, ma dall’equilibrio fra parola, orchestra e gesto.
Mariotti restituisce così al Falstaff la sua autentica natura di commedia musicale moderna, nella quale ogni elemento concorre alla costruzione di un organismo vivo e sorprendentemente attuale.
Di segno opposto il giudizio sulla regia di Tatjana Gürbaca, con l’idea di trasferire la vicenda in un ambiente contemporaneo, dominato dal mondo degli affari e dall’edonismo di una società benestante, potrebbe anche offrire spunti interessanti.
Il problema non risiede tanto nell’attualizzazione dell’opera quanto nella sua traduzione scenica, che finisce per impoverirne la vitalità anziché rilanciarla.
La scenografia di Henrik Ahr, costruita intorno a una grande struttura girevole grigia e ingombrante, trasforma l’Osteria della Giarrettiera in un anonimo Hotel Milano. L’impianto visivo, dominato da tonalità plumbee e da un’atmosfera impersonale, restituisce un mondo squallido.
I costumi di Silke Willrett introducono qualche elemento cromatico e alcuni richiami a un’estetica d’altri tempi, senza tuttavia compensare la povertà dell’insieme. Soprattutto, manca la direzione degli attori, i tempi comici non sempre funzionano, le situazioni farsesche perdono mordente e alcune delle invenzioni più felici del libretto di Boito restano prive della necessaria evidenza teatrale. La comicità del Falstaff richiede una regia capace di orchestrare entrate, uscite, equivoci e reazioni con precisione quasi musicale e quando questa architettura viene meno, anche la battuta più brillante rischia di disperdersi.
Alcune trovate, come il travestimento di Ford in tenuta da tennista, risultano inappropriate, così come il richiamo femminista nel finale e particolarmente penalizzanti appaiono il finale del secondo atto, con la gestione tardiva dell’episodio della cesta, e l’ultima scena, nella quale la parete del girevole comprime lo spazio destinato alla quercia di Herne e alla festa nel parco di Windsor.
Proprio nel momento in cui l’opera dovrebbe sprigionare la massima energia collettiva, lo spettacolo sembra perdere respiro.
Il risultato è una messinscena che non riesce a valorizzare né la dimensione farsesca né quella più sottile e malinconica del capolavoro verdiano.
Accanto a Salsi, George Petean offre un Ford incisivo, soprattutto nell’aria È sogno o realtà? dove la gelosia si trasforma progressivamente in un’esplosione vocale di notevole efficacia. Maria Agresta è un’Alice vivace e scenicamente partecipe, mentre Carmen Artaza delinea una Meg ben centrata.
Di particolare bellezza risulta la Nannetta di Marina Monzó, che conquista per la luminosità del timbro, la finezza tecnica e la delicatezza dei filati in Bocca baciata non perde ventura e Sul fil d’un soffio etesio.
Dave Monaco si distingue come Fenton, grazie a una vocalità generosa e a un’emissione nitida, particolarmente apprezzabile in Dal labbro il canto estasiato vola.
Violetta Urmana, nei panni di Quickly, conserva una presenza scenica autorevole e accenti espressivi interessanti e completano efficacemente il quadro Carlo Bosi, Paolo Antognetti e Gabriele Sagona, rispettivamente Cajus, Bardolfo e Pistola, con una convincente attitudine comica.
Il Falstaff del Costanzi conferma quanto sia difficile mettere in scena un capolavoro nel quale la musica e il teatro costituiscono un’unica e inscindibile architettura.
Michele Mariotti ne illumina la ricchezza orchestrale, Luca Salsi ne incarna con intelligenza, autorevolezza e sensibilità la figura centrale e il cast sostiene con professionalità una partitura esigente e ricca di insidie.
Invece, la regia di Tatjana Gürbaca non trova una chiave capace di trasformare la propria lettura contemporanea in autentica energia teatrale.
Eppure il Falstaff non chiede necessariamente scenografie monumentali o ricostruzioni filologiche, ma chiede soprattutto ritmo, fantasia, precisione e capacità di far vivere i personaggi e quando questi elementi mancano, la commedia si scolora.
Al postutto, resta, fortunatamente, la grandezza di Verdi e resta soprattutto la prova di Luca Salsi, interprete capace di restituire al suo Falstaff tutta la ricchezza di un personaggio che, dietro il sorriso, custodisce una malinconica verità sull’esistenza.
Perché, in fondo, anche quando il mondo sembra prendersi gioco di lui, Sir John continua a ricordarci che la vita è una burla e che, per comprenderla davvero, occorre saper ridere con intelligenza.
di Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno