Sottosuolo. Nessun uomo è un’Isola

lunedì 5 ottobre 2026


“Ogni uomo è parte del Continente, una parte del tutto” (Devotions Upon Emergent Occasions, John Donne, XVII secolo). C’è ancora del buono nell’hardcore. Ma bisogna sapere dove cercare. Sabato scorso ho preso il primo aereo della mattina che da Ciampino (Roma) porta a Cagliari, per andare a suonare al Cagliari Hardcore Fest. Il festival, organizzato dall’omonima realtà, è arrivato ormai alla sua quarta edizione. Tra i main act non hanno sfigurato i Your Demise 2004 – rimessi insieme su impulso del primo cantante, George Noble – gli Infall e i Quercia. Anche i cagliaritani Regrowth – contemporaneamente genitori e figli (senza ordine gerarchico) del collettivo isolano – hanno suonato un set per i primi 10 anni di carriera, durante i quali hanno toccato i quattro angoli dell’Europa e sono finiti in tour anche negli Stati Uniti.

È inutile dire che il festival sia stato un enorme successo, sia dal punto di vista organizzativo che dal punto di vista artistico. Tant’è che Noble ha confessato di non aver mai visto così tanta partecipazione ed energia a un live dei Your Demise in Italia. “Dopo 10 anni vi odio, ma comunque vi amo un po’ di più”. Lorenzo – chitarrista dei Regrowth, organizzatore, tecnico del suono, ma all’occorrenza coordinatore, facchino e host di Cagliari hardcore – ha sintetizzato così una decade di fatica e dedizione alla causa dell’hardcore isolano e non. A fine serata – anzi, a notte inoltrata – vengono tirate le prime somme post festival. La mente è annebbiata, forse per la troppa stanchezza o per il troppo affetto arrivato dal pubblico accorso a Campidarte – la venue del concerto – da tutta l’Isola. E il motivo che spinge a fare tutti questi sacrifici e questa fatica può perdersi nella confusione di un rapporto costi-benefici.

Marco (frontman dei Regrowth e videomaker), a casa sua, in un paese a 20 minuti dal Capoluogo, mi racconta del “muro” sul quale sbatte ogni musicista e organizzatore sardo. Sono ormai quasi le cinque di mattina – il treno per l’aeroporto di Elmas è tra qualche ora e di dormire ancora non se ne parla – quando mi dice: “alla fine noi siamo questi qui”, sebbene i fan siano accorsi nell’ordine delle centinaia. Noi siamo questi qui, e voi siete a un’ora di aereo nel migliore dei casi, sembrava sottintendere Marco. Noi come comunità, quindi, dovremmo provare a immedesimarci nella condizione geografica e politica della scena isolana e della Sardegna in genere: per comprendere il peso dei costi e dei sacrifici fatti per portare avanti l’etica del do it yourself. Cagliari Hardcore, però, continua imperterrita per la sua strada. E non senza qualche inciampo è riuscita a diventare una delle organizzazioni più più grandi, professionali e genuine d’Italia. Rischio di essere retorico se dico che la sofferenza tempra l’animo, ma è vero che per raggiungere gli stessi risultati di un collettivo del Veneto o lombardo, sull’Isola devono faticare il doppio. E questa fatica, negli anni, ha portato i suoi frutti sotto forma di esperienza, unità e comunità d’intenti. La recente edizione del Fest ne è la prova.

In una comunità che viene attaccata da tutti i fronti, prima da aziende che vogliono sfruttarne l’appeal, poi da personalità di spicco dell’hardcore che, con i loro comportamenti machisti e spesso criminali, ne infangano i principi di solidarietà e aiuto reciproco, bisogna ringraziare realtà come Cagliari Hardcore che, in un mare di avversità, riesce a tenere l’asticella alta e la barra dritta.


di Edoardo Falzon