venerdì 25 settembre 2026
Che cosa può avere in comune una ballerina con una meringa? A prima vista, quasi nulla. Eppure, nel mondo dell’arte e della fantasia, le strade più sorprendenti finiscono spesso per incontrarsi. Anna Pavlova danzava come se il suo corpo non conoscesse il peso della terra; il dolce che porta il suo nome sembra invece voler fermare quella stessa leggerezza dentro una nuvola di meringa, panna e frutta e, quando arriva su una tavola, è difficile non pensare a un tutù bianco, a un cigno e a una ballerina che sembra sfiorare il pavimento invece di calpestarlo.
Anna Pavlova nacque a San Pietroburgo nel 1881. La danza entrò nella sua vita quando era ancora bambina e la condusse alla prestigiosa Scuola Imperiale di Balletto, dove iniziò una formazione severa e rigorosa. La tecnica del balletto classico richiede disciplina assoluta: anni di esercizi alla sbarra, equilibrio, controllo del corpo, precisione dei passi e una capacità quasi eroica di trasformare la fatica in naturalezza. Pavlova imparò tutto questo, ma non si accontentò della perfezione tecnica. Cercò qualcosa che apparteneva soltanto a lei. Quando arrivò al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, uno dei luoghi più importanti della grande tradizione russa, cominciò a farsi conoscere per una qualità particolare. Il suo corpo sembrava possedere una leggerezza fuori dal comune e il suo modo di muoversi riusciva a trasmettere emozione anche attraverso il gesto più semplice.
Il balletto dell’epoca era profondamente legato alla grande tradizione accademica russa. Le ballerine dovevano possedere una tecnica impeccabile, ma Pavlova seppe mettere la tecnica al servizio dell’espressione. La sua danza aveva qualcosa di fragile e insieme di intensamente teatrale. Il pubblico aveva l’impressione che i suoi piedi non toccassero davvero il palcoscenico e che il movimento nascesse naturalmente dalla musica. Era una forma di poesia senza parole. Le braccia, il portamento della testa, la delicatezza dello sguardo e persino il modo di fermarsi avevano un significato. Pavlova sapeva usare il silenzio e la pausa con la stessa efficacia di un grande attore.
Tra i balletti che appartenevano al suo repertorio c’era “La bella addormentata” di Piotr Ilici Ceaicovsky, uno dei capolavori assoluti del balletto ottocentesco. La musica di Ceaicovsky sembra fatta per raccontare il mondo delle fiabe: archi luminosi, legni delicati, ottoni solenni e momenti di grande intensità si alternano creando un universo incantato. Al centro c’è la principessa Aurora, simbolo della giovinezza e del risveglio.
Pavlova si confrontò anche con altri grandi titoli della tradizione, tra cui “Giselle”, “Il lago dei cigni” e “Lo schiaccianoci”. In “Giselle” di Adolphe Adam , la ballerina deve passare dalla gioia alla disperazione e poi trasformarsi in uno spirito etereo, appartenente al mondo delle Villi. È un ruolo che richiede non soltanto tecnica, ma una grande capacità interpretativa.
Nel “Lago dei cigni” invece, il pubblico entra nel mondo romantico di Ceaicovsky, dove il cigno diventa simbolo di amore, incanto e fragilità. E proprio il cigno avrebbe accompagnato Pavlova per tutta la vita. Nel 1905 il coreografo Michel Fokine creò per lei “La morte del cigno”, utilizzando la musica di Camille Saint-Saëns tratta dal “Carnevale degli animali”. Era un piccolo assolo, molto lontano dalle grandi scene spettacolari dei balletti tradizionali. Eppure, diventò una delle interpretazioni più celebri della storia della danza.
La musica è affidata soprattutto al violoncello, che intona una melodia dolce e malinconica. Il movimento della ballerina sembra nascere direttamente da quella linea musicale. Le braccia diventano ali, il corpo oscilla, cerca un ultimo slancio e poi lentamente si arrende. Pavlova trasformò il cigno in una creatura umana; non era più soltanto un animale morente: era un’immagine della vita che lotta, della bellezza che passa e della fragilità che appartiene a tutti. La sua interpretazione divenne talmente famosa che il pubblico finì per identificare la stessa Pavlova con il cigno.
Anche il costume di “La morte del cigno” contribuì alla leggenda. Pavlova indossava un abito bianco leggerissimo, con elementi che ricordavano le piume dell’animale. Il costume non era un semplice ornamento, ma parte integrante della coreografia: quando la ballerina muoveva le braccia, il tessuto sembrava prolungare il movimento del corpo e trasformarlo in quello di un uccello. È diventata una vera icona della danza.
Anna Pavlova aveva però un’ambizione che andava oltre i grandi teatri russi: voleva portare la danza al pubblico di molti Paesi e, nel corso della sua carriera, viaggiò moltissimo. Dopo le esperienze con le grandi compagnie e gli artisti dell’ambiente russo, costruì una propria compagnia e iniziò tournée internazionali.
Viaggiare in quegli anni non era semplice. Gli spostamenti erano lunghi, le condizioni spesso difficili e una compagnia di balletto doveva trasportare costumi, scenografie e tutto ciò che era necessario per gli spettacoli. Pavlova, però, non si fermò. Portò il balletto in Europa, nelle Americhe, in Asia e in Australia, contribuendo a far conoscere la danza classica a pubblici che non avevano avuto molte occasioni di assistere a spettacoli di quel livello, il suo nome divenne internazionale. E proprio quei viaggi ci conducono alla storia della torta, legata soprattutto all’Australia e alla Nuova Zelanda, dove entrambi i Paesi ne rivendicano l’origine.
La storia della ricetta è complessa e non permette di attribuire con assoluta sicurezza la creazione a una sola persona. Esistevano preparazioni a base di meringa precedenti alla “Pavlova” nella forma moderna e il dolce si sviluppò attraverso diverse ricette. Il collegamento con Anna Pavlova, però, è rimasto fortissimo. Durante la sua tournée nell’area australiana e neozelandese negli anni Venti, la ballerina aveva conquistato il pubblico e il suo nome divenne associato a una preparazione dolce che voleva richiamare la sua grazia.
La scelta non poteva essere più evocativa: una torta che sembra danzare, con una struttura semplicissima e allo stesso tempo sorprendente; la meringa viene cotta in modo da diventare croccante all’esterno e morbida al centro. Sopra viene aggiunta panna montata e infine la frutta fresca, che porta colore e acidità. Il contrasto tra la croccantezza della meringa, la morbidezza della panna e la freschezza della frutta è fondamentale. Anche l’aspetto sembra raccontare Anna Pavlova. Il bianco ricorda il tutù della ballerina, la forma irregolare sembra una nuvola e la leggerezza della meringa richiama immediatamente l’immagine di quel corpo che sembrava sfidare la gravità. È come se una coreografia fosse stata trasformata in un dolce.
Tra le curiosità della vita di Pavlova c’è anche il suo amore per gli animali, la ballerina era particolarmente affezionata a un piccolo cigno chiamato Jack, che compariva anche in fotografie insieme a lei. Il rapporto con gli animali faceva parte della sua vita quotidiana e contribuiva all’immagine delicata e quasi fiabesca che il pubblico aveva costruito intorno a lei.
Pavlova, però, non era soltanto la creatura eterea delle fotografie. Era una donna energica, determinata e capace di affrontare un’attività professionale straordinariamente impegnativa. Dietro quella leggerezza sul palcoscenico c’erano ore di allenamento, viaggi interminabili, prove e spettacoli. La leggerezza, per lei, non significava assenza di fatica, significava trasformare la fatica in bellezza.
Anna Pavlova continuò a lavorare e a viaggiare fino agli ultimi anni della sua vita. Morì nel 1931, nei Paesi Bassi, a soli cinquant’anni. La sua scomparsa suscitò una grande commozione nel mondo della danza. Una delle storie più conosciute racconta che, durante la sua ultima malattia, avrebbe chiesto di poter vedere il suo costume del Cigno. La frase spesso associata ai suoi ultimi momenti è diventata parte della leggenda, ma va trattata con cautela perché non è possibile verificare ogni dettaglio del racconto. Quello che non appartiene alla leggenda, però, è l’enorme impronta lasciata dalla ballerina.
Pavlova contribuì a trasformare il modo in cui il pubblico guardava una ballerina. La sua fama internazionale aiutò il balletto a uscire dai confini dei grandi teatri europei e russi e a diventare un’arte conosciuta da un pubblico molto più vasto.
La sua eredità è anche nel modo in cui ancora oggi immaginiamo la ballerina: elegante, fragile, disciplinata, capace di trasformare il corpo in musica.
E poi arriva la “Pavlova” ed eccoci nuovamente a quella domanda dell’inizio: che cosa può avere in comune una ballerina con una meringa? Forse più di quanto sembri. Anna Pavlova passava sulla scena, “sospesa” tra cielo e terra sembrando senza peso, la torta sembra conservare quella stessa sensazione: bianca, leggera fragile in apparenza. È curioso pensare che una delle più grandi ballerine della storia abbia lasciato il proprio nome anche in pasticceria.
Ma forse è proprio questo il destino delle vere icone: continuare a vivere nei luoghi più imprevedibili; in un teatro, nella musica di Saint-Saëns, nelle fotografie in bianco e nero, nella memoria di una coreografia e persino nel profumo di un dolce appena preparato. Quando una “Pavlova” arriva sulla tavola, dunque, possiamo guardarla con un po’ più di fantasia: possiamo immaginare la meringa come un tutù, la panna come una nuvola e la frutta come piccoli fiori sul palcoscenico. E mentre il cucchiaino rompe lentamente la superficie croccante, possiamo quasi sentire il violoncello del Cigno. La musica comincia, Anna entra in scena, le braccia si aprono come ali e il corpo sembra diventare leggerissimo. Per un istante, la cucina e il teatro non sono più due mondi diversi. Sono lo stesso palcoscenico.
Perché Anna Pavlova aveva fatto della leggerezza una forma d’arte. E la torta che porta il suo nome ha trasformato quella leggerezza in una forma di dolcezza.
di Stella Camelia Enescu