“Una serata nei luoghi di Liszt” con András Moldoványi

martedì 22 settembre 2026


“È suggestivo pensare che in un questo cortile fosse posteggiata la carrozza di Franz Liszt”, esordisce il maestro Maurizio D’Alessandro, direttore del Festival Liszt di Albano Laziale, ideato nel 1986 e giunto alla quarantesima edizione, organizzato dagli Amici della Musica Cesare De Sanctis in collaborazione col vescovo Vincenzo Viva e l’Accademia di Ungheria di Roma. Una edizione che quest’anno cade in concomitanza con l’VIII centenario della morte di San Francesco d’Assisi, che ebbe particolare influenza nel periodo della musica sacra del compositore ungherese. Venerdì 18 settembre nel Cortile del settecentesco Palazzo Lercari di Albano Laziale, nel cuore dei Castelli Romani, si è tenuto il concerto inaugurale della stagione, Una sera nei luoghi di Liszt. Al pianoforte András Moldoványi, eccellenza pianistica dell’Accademia Liszt di Budapest. Aveva ragione Maurizio D’Alessandro a far notare al pubblico ospitato nel contenuto cortile Lercari l’emozione che può suscitare pensare di essere lì, in quella storica dimora, che mostra ancora i segni del secolo di Wolfang Amadeus Mozart e Ludwig van Beethoven e del teatro goldoniano, per scrutare col cuore e nella storia dove poteva essere rimessa la carrozza usata dal genio di Budapest, dal romantico che amava l’Italia, che più volte è stato ospite a Villa d’Este e a Palazzo Lercari, così da sollecitare enti morali e culturali a dedicargli nel tempo vari Festival e iniziative unitamente all’ambizione di ottenere la candidatura dei Castelli Romani a capitale della cultura nel 2029.

Com’era la carrozza di Liszt? Nera, lucida, coi cavalli con i crini sempre alle fughe e foghe del vento? Al proposito il direttore D’Alessandro ha citato il film recente, Notturno a Parigi, del 2025 diretto da Michał Kwieciński, che narra non i viaggi dei due talenti Franz e Chopin, ma l’amicizia. E Franz Liszt arrivò a Palazzo Lercari, ospitato lassù, nella “colombaia”, come a Villa d’Este, in quelle stanze del palazzo vescovile sede oggi del Museo diocesano di Albano, dove arrivò intorno al 1861. Chopin era morto nel 1849, a Parigi a 39 anni, e Liszt versava in profonda crisi spirituale anche a seguito del mancato matrimonio con la principessa Carolyne Saint Wittgenstein. Negli anni romani, vicino al Vaticano, prese gli ordini minori facendosi chiamare “abate” ricevendo poi, nel 1879, il Canonicato di Albano in virtù del suo rapporto con il cardinale Gustav von Hohenlohe, che nella sede di Albano rivestì la carica episcopale cardinalizia. Le biografie raccontano che l’ungherese ai pianoforti Erard, in legno palissandro, di cui aveva contribuito a mettere a punto la tecnica e che ancora oggi sono il preziosissimo patrimonio di alcune sale da concerto dei Castelli, tra cui Velletri, si abbandonava a quelle visioni panoramiche che dalle campagne corrono fino al mare e verso Roma E da cui, nelle giornate limpide, si staglia perfetta la Cupola di Michelangelo Buonarroti. Questa è l’Italia, il Lazio, i Castelli, che anche la rock star del Romanticismo che faceva sold out nelle sale parigine strappando cuori ad estimatori e ammiratrici, esaltava. Infatti, lui, Franz, è lì, ecco la sua immagine in primo piano nella locandina altezza quasi naturale, col fisico impeccabile e lo sguardo enigmatico, ad accogliere il pubblico.

Nel presentare la serata, personalità partecipanti, autorità ed istituzioni, Maurizio D’Alessandro ha spiegato che in occasione del quarantennale del Festival di Albano e in concomitanza all’VIII Centenario della morte di San Francesco, lo scultore Roberto Scardella e il pittore Leonardo Carboni hanno realizzato due opere presentate in anteprima e dal 24 settembre al 16 ottobre in mostra presso l’Accademia di Ungheria di Roma e successivamente presso l’Accademia Liszt Ferenc di Budapest. E la musica? Il programma della serata? András Moldoványi protagonista. Un’eccellenza di ventisette anni, sul pianoforte dall’età di sei anni, ma solo a 18 anni ha deciso di intraprendere la carriera professionale. Ha studiato con András Kemenes (pianoforte) e Rita Wagner (musica da camera) all’Accademia di Musica di Budapest, e ha proseguito la sua formazione presso l’Università Mozarteum di Salisburgo, studiando musica da camera con Imre Rohmann e pianoforte con Jacques Rouvier.

Mentre il maestro D’Alessandro spiega il repertorio della serata, Andràs è dietro alla scena: alto, molto alto, esile, va avanti e indietro, si concentra, si scalda. In apertura una proposta complessa: gli Studi sinfonici di Robert Schumann. Poi il Notturno in si bemolle opera 9 numero 1 di Fryderyk Chopin e quindi Franz Liszt con la Leggenda numero 1 San Francesco la predicazione degli uccelli e il Totentanz (Danza macabra), S 126, una complessa parafrasi per pianoforte basata sul tema gregoriano del Dies irae e ispirata dall’affresco del Trionfo della morte di Pisa. Applauditissimo. András Moldoványi lascia appassionati e pubblico quasi ammutoliti per l’eleganza, la leggerezza e la scorrevolezza con cui percorre il ciclo da Schumann a Chopin a Liszt. Spiega il libretto che egli si segnala “per la colorata immaginazione, per la profonda comprensione della musica e le eccellenti capacità pianistiche da solista e da camera”. Ha vinto numerosi premi e concorsi, tra cui il primo premio al 26° Concorso cameristico internazionale “Giulio Rospigliosi” e al 10° Concorso internazionale “Città di Palmanova” in Italia. Ha ottenuto il secondo premio al Swedish International Duo Competition nel 2022. Dal 2025 lavora come Senior Lecturer presso l’Università Mozarteum di Salisburgo. E, particolare non irrilevante, è appassionato di matematica e ha pubblicato le sue scoperte sulla teoria dei numeri in una rivista scientifica. Piovono per lui richieste di bis, bis. Moldoványi concede “un Rachmaninov”. Perbacco! Tutto il ciclo dei Romantici in una serata? Spiega sorridendo: “È dedicato alla mia fidanzata, che ho conosciuto qui, in Italia due anni fa”. Italiana, gli chiedo alla fine della serata salutandolo e complimentandomi. “Ungherese anche lei, ma ci siamo incontrati qui, ad Albano”.


di Donatella Papi