venerdì 18 settembre 2026
Sono con il Maestro Francesco Garofalo, artista, critico d’arte, giornalista e scrittore, che ha fatto dell’arte una scelta di vita a 360 gradi. In questa intervista cercheremo di conoscere più da vicino l’uomo e l’artista: chi è Francesco Garofalo, che cosa pensa, quali emozioni guidano il suo lavoro e quali desideri lo accompagnano. Un dialogo tra origini, esperienze e aspirazioni, per scoprire ciò che si nasconde dietro le sue opere.
Maestro Garofalo, da dove nasce il suo bisogno di fare arte?
L’arte è il mio modo di dare voce a quello che sento. Ci sono emozioni che faccio fatica a spiegare con le parole e che, attraverso un volto, uno sguardo o una composizione, riescono a trovare una forma. Nel mio lavoro entra tutto ciò che ho vissuto: le gioie, le difficoltà, gli incontri, le persone che mi hanno lasciato qualcosa. Quando comincio un’opera parto da un’idea, ma anche dal bisogno di comprendere meglio un sentimento. Credo che dipingere sia, prima di tutto, un esercizio di sincerità con sé stessi.
Lei è profondamente legato alle sue origini. Quanto c’è di Napoli nelle sue opere?
Napoli è dentro il mio modo di guardare le persone, di vivere le emozioni e di affrontare la vita. Sono nato ad Arzano e porto con me una terra ricca di contraddizioni, di bellezza e di umanità. È una sensibilità che mi accompagna anche quando dipingo soggetti lontani dalle mie origini. Dico spesso: “Napoli mi ha dato i natali, Pizzighettone mi ha adottato”. A Pizzighettone ho costruito una parte importante della mia vita e del mio percorso. Sono due appartenenze che convivono e che ritrovo, in modi diversi, nel mio lavoro.
La tecnica dell’aerografo è un elemento distintivo della sua pittura. Che cosa le permette di esprimere?
L’aerografo mi permette di lavorare sulle sfumature, sulla luce e sui passaggi più delicati di un volto. Richiede pazienza, precisione e un grande controllo del gesto. È una tecnica che ho studiato e approfondito a lungo, ma ciò che mi interessa è metterla al servizio di un’emozione. La somiglianza è importante, soprattutto in un ritratto; poi, però, cerco quella presenza che rende un’immagine viva. La soddisfazione arriva quando qualcuno si ferma davanti all’opera e sente qualcosa, ancora prima di chiedersi come sia stata realizzata.
Quando considera davvero conclusa un’opera?
Credo fermamente che un’opera d’arte non sia mai finita al cento per cento. L’artista mette la propria tecnica, il proprio pensiero, la propria sensibilità. Arriva a un momento in cui posa gli strumenti e decide di fermarsi. Ma l’opera continua a vivere attraverso chi la guarda.
Per me è lo spettatore a completarla, ognuno a modo proprio, con i suoi sentimenti, i suoi ricordi e il momento della vita che sta attraversando. Lo stesso quadro può suscitare nostalgia in una persona e speranza in un’altra. Entrambe le letture hanno valore. Io posso dare una forma alla mia emozione; chi osserva le offre un significato che appartiene anche alla sua vita. È questo incontro a rendere l’arte così straordinaria.
Ha ritratto personalità della politica, della religione e della musica, da Sergio Mattarella a Papa Francesco e Benedetto XVI, fino a Eros Ramazzotti. Che cosa cerca in un volto tanto conosciuto?
Cerco soprattutto lo sguardo. È lì che provo a incontrare la persona, la sua sensibilità, quella che potremmo chiamare la sua anima. La notorietà ci abitua a riconoscere immediatamente un volto, ma può farci dimenticare che dietro quel volto esiste un essere umano, con fragilità, pensieri e sentimenti.
Quando realizzo un ritratto, mi interessa avvicinarmi a quella dimensione. Osservo l’espressione degli occhi, una tensione del viso, un sorriso appena accennato. Vorrei che chi guarda il quadro riconoscesse il personaggio e, fermandosi un istante in più, avvertisse qualcosa della persona. I ritratti citati sono documentati anche sul mio sito ufficiale.
Al premio “Artist of Europe” di Berlino si è classificato quarto su oltre dodicimila artisti. Che cosa ha rappresentato quel risultato?
È stata una soddisfazione enorme. Il premio si è svolto all’Humboldt Forum di Berlino e tra i componenti della giuria figuravano personalità come l’artista Gerhard Richter e il regista Werner Herzog. Arrivare quarto in un contesto di quella portata è stato un momento di grande emozione. Sede, piazzamento e nomi della giuria sono riportati nel resoconto di Askanews.
C’è poi un aspetto che rende quel ricordo ancora più bello: davanti a me si erano classificati uno scultore, un fotografo e un pittore. Ero quindi quarto nella classifica generale e, considerando le discipline dei primi classificati, secondo tra i pittori.
Ma il significato più profondo va oltre il piazzamento. Portare Napoli e l’Italia nel mondo attraverso la mia arte è un orgoglio immenso. In quei momenti sento di portare con me le mie origini, le persone che mi hanno accompagnato e tutti gli anni dedicati a questo lavoro.
Si parla delle copie delle sue opere diffuse in Cina, anche su oggetti di uso quotidiano. Le dà fastidio?
In realtà, quando sono stato avvisato che alcune mie opere erano presenti su magliette, tazze e cover per cellulari vendute in Cina, la prima sensazione è stata di stupore, di meraviglia, ma anche di soddisfazione. Ho pensato, con molta spontaneità: “Se le copiano, significa che piacciono e che si vendono”.
Mi ha colpito immaginare che un’immagine nata nel mio studio fosse arrivata così lontano, entrando nella quotidianità di persone che probabilmente non conoscevano neppure il mio nome. Il mio primo pensiero è stato proprio questo: qualcosa che avevo creato aveva suscitato interesse dall’altra parte del mondo. Ed è stata una sensazione particolare, difficile da dimenticare.
Nei suoi lavori tornano temi come l’infanzia, la pace e la fragilità. Che cosa desidera comunicare?
Sono temi che mi toccano profondamente, come uomo e come padre. L’infanzia porta con sé fiducia, possibilità, futuro; vederla accostata alla guerra ci costringe a interrogarci sulle responsabilità degli adulti. Nel progetto “Lasciate che la guerra resti un gioco” ho voluto lavorare proprio su questa tensione.
Mi interessa creare uno spazio di riflessione, lasciare una domanda che accompagni lo spettatore anche dopo essersi allontanato dal quadro. Penso che l’arte possa aiutarci a riconoscere nell’altro una persona. E parlare di fragilità significa anche riconoscere qualcosa che ci accomuna, al di là delle differenze.
Accanto all’attività artistica si occupa di critica e insegnamento. Che cosa cerca di trasmettere a chi si avvicina all’arte?
Cerco di trasmettere curiosità e attenzione. Prima di giudicare un’opera bisogna concederle tempo: osservarla, conoscerne il contesto, provare a capire quali domande hanno guidato chi l’ha realizzata. Studiare la storia dell’arte ci aiuta a comprendere anche la storia delle persone, delle società e delle idee.
A chi desidera diventare artista direi di studiare molto, esercitarsi e accettare gli errori. La ricerca di una voce personale richiede tempo. Il confronto con i maestri è fondamentale, così come il coraggio di interrogarsi su ciò che si vuole esprimere davvero.
Dopo i riconoscimenti e gli incontri importanti, che cosa desidera ancora dalla sua arte?
Desidero continuare a emozionarmi mentre lavoro. Conservare la curiosità, la voglia di sperimentare e anche quel dubbio che mi spinge a cercare una soluzione diversa. I riconoscimenti sono bellissimi, perché danno valore a un percorso fatto di impegno e sacrifici. Poi si torna in studio, davanti a una nuova opera, e bisogna ricominciare.
Vorrei che i miei lavori continuassero a incontrare le persone, a suscitare un pensiero o a far emergere un ricordo. Se qualcuno, guardando un mio quadro, riesce a riconoscere una parte di sé, sento che tra noi è accaduto qualcosa di importante.
di Claudia Conte