“La banda muta”, l’elogio del silenzio contro l’esibizionismo contemporaneo

giovedì 17 settembre 2026


Cosa accade quando il dolore perde il suo spazio sacro per trasformarsi nell’ennesima occasione di esposizione pubblica? A interrogarsi su questa mutazione del vivere collettivo è La banda muta, il cortometraggio diretto da Alessia Bottone e ispirato a un racconto di Gaetano Savatteri. Al centro della narrazione c’è Manfredi, un anziano interpretato da Piero Nicosia, chiamato a dare l’ultimo saluto all’amico di una vita, lo scrittore Elio. Ci si aspetterebbe che la chiesa e il sagrato siano luoghi di raccoglimento e di silenzioso rispetto. Eppure, il funerale si rivela ben presto un palcoscenico caotico e mondano, dove il dolore sembra quasi diventare un elemento secondario. Tra i presenti si consuma una sorta di liturgia laica fatta di chiacchiere futili, sorrisi di circostanza, selfie ricordo e persino proposte d’affari. In questo contesto di superficialità diffusa, il cordoglio si assottiglia fino quasi a scomparire, mentre l’ego dei convenuti finisce per occupare ogni spazio, calpestando la dignità della fine.

Il funerale diventa così lo specchio di un’incapacità collettiva sempre più evidente: quella di confrontarsi con la morte senza sentire il bisogno di parlare, mostrarsi, fotografare e, soprattutto, esserci. È proprio per arginare questa deriva di rumore e vanità che Manfredi evoca idealmente la tradizione antica e suggestiva della “banda muta”, un rito della cultura popolare siciliana nel quale i musicisti accompagnano il feretro senza suonare alcuno strumento, trasformando l’assenza di note nella più alta forma di partecipazione al lutto. Il silenzio, dunque, non come vuoto, ma come gesto: una presenza discreta e rispettosa, capace di restituire alla morte la sua dimensione intima e collettiva. La contrapposizione fra questa tradizione e il presente consente alla regista di costruire una critica lucida alla contemporaneità, dominata dall’imperativo digitale del “ci sono anch’io”. Nell’epoca dei social network, della connessione permanente e dei profili costantemente aggiornati, ogni frammento dell’esistenza rischia di diventare contenuto: anche il dolore, anche il lutto, persino il trapasso possono essere esposti, condivisi e consumati nello spazio pubblico della rete. La banda muta evita tuttavia la facile nostalgia per un passato idealizzato.

Le immagini d’archivio non vengono utilizzate come semplice celebrazione di ciò che è stato, ma come un controcampo attraverso cui osservare il presente e interrogarsi sulla progressiva perdita di alcuni rituali e forme di relazione. Il passato evocato dal film appare come un tempo nel quale determinati gesti collettivi conservavano una funzione aggregante più forte e il silenzio poteva ancora essere una forma autentica di partecipazione. Nel confronto fra ieri e oggi emerge così qualcosa di più profondo della semplice denuncia della cattiva educazione emotiva. Il cortometraggio interroga la nostra capacità di stare accanto al dolore degli altri senza appropriarsene, senza trasformarlo in spettacolo e senza sentire la necessità di occupare la scena. È un invito, tanto semplice quanto radicale, a riscoprire il pudore del silenzio: la possibilità di fermarsi, ascoltare e lasciare che il dolore rimanga, almeno per un momento, sottratto alla frenesia della visibilità. In appena diciannove minuti, Alessia Bottone riesce dunque a mettere a nudo alcune delle nostre più profonde durezze relazionali, utilizzando il funerale non soltanto come scenario narrativo, ma come metafora di una società nella quale persino la morte rischia di essere assorbita dalla logica dell’apparire. E proprio attraverso il silenzio della “banda muta”, il film suggerisce che ciò che abbiamo perduto non è necessariamente perduto per sempre: alcuni gesti, alcune forme di rispetto e una diversa idea di comunità possono ancora essere recuperati.


di Salvatore Di Bartolo