giovedì 17 settembre 2026
Il valore della divulgazione competente
Che senso ha discutere di un dipinto del Seicento nella Sala Matteotti della Camera dei deputati? La domanda potrebbe sembrare provocatoria, ma è invece necessaria.
È la domanda che il convegno del 9 settembre, dedicato all’Ecce Homo attribuito al Domenichino dallo storico dell’arte Mauro Di Ruvo, ha avuto il merito di porre. Un incontro che ha superato la dimensione, pur rilevante, dell’attribuzione per aprire un tema più ampio: il ruolo dell’arte nel dibattito pubblico italiano.
Nessun quadro esposto, nessun trasferimento eccezionale: solo studi, immagini, documenti, analisi. Eppure, qualcosa di significativo è accaduto. La storia dell’arte è entrata in uno dei luoghi simbolici della democrazia italiana.
Ed è da qui che bisogna ripartire.
IL PARADOSSO ITALIANO
Sebbene l’Italia sia una delle più grandi potenze mondiali per patrimonio artistico e culturale fatica a costruire intorno a questo patrimonio un vero discorso pubblico. Conserviamo, valorizziamo, ma raccontiamo poco.
Musei, chiese, palazzi, archivi, siti archeologici: un patrimonio straordinario che il mondo riconosce come unico. Ma custodire questo immenso patrimonio non basta più, bisogna saperlo comunicare ad audience sempre più ampie e diversificate.
IL RACCONTO CHE MANCA TRA L’OPERA E CHI LA GUARDA
Chi accompagna il cittadino davanti a un’opera? Chi trasforma un’attribuzione in una storia comprensibile? Chi aiuta a capire perché un Ecce Homo può diventare la chiave per leggere i modelli artistici, la devozione e le connessioni culturali tra Napoli, Roma e la Basilicata?
Per anni la divulgazione artistica ha avuto il volto di Vittorio Sgarbi. Non stupisce che Di Ruvo sia stato accostato a quella figura. Ma il paragone è fuorviante perché Di Ruvo non nasce come personaggio mediatico: nasce come studioso, filologo e storico dell’arte, con una solida formazione accademica. Ed è proprio questo a rendere significativo il suo intervento alla Camera: unire competenza specialistica e capacità divulgativa senza spettacolarizzazione.
L’Italia non ha bisogno di nuovi “personaggi”. Ha bisogno di personalità altamente competenti capaci di uscire dal linguaggio degli specialisti.
DIVULGARE È UNA RESPONSABILITÀ
Divulgare non significa semplificare. Significa rendere accessibile senza tradire la complessità. Significa trasformare la competenza in partecipazione culturale.
Ed è urgente farlo, perché l’arte non è solo memoria: è economia, turismo, educazione, diplomazia culturale, reputazione internazionale. È uno dei più potenti strumenti di soft power che l’Italia possiede.
Un dipinto, un museo, un restauro, una scoperta archeologica possono generare curiosità, attrarre visitatori, alimentare ricerca, creare sviluppo territoriale. Ma solo se qualcuno li sa raccontare.
PERCHÉ PORTARE L’ECCE HOMO ALLA CAMERA È STATO IMPORTANTE
Parlare di un dipinto del Seicento alla Camera non è stato un esercizio accademico. È stato un gesto culturale e politico nel senso più alto: affermare che l’arte non è una questione di nicchia, ma un tema pubblico. Riguarda l’immagine dell’Italia nel mondo, la capacità di trasformare il patrimonio in conoscenza e la conoscenza in consapevolezza.
La Camera non ha ospitato un quadro. Ha ospitato una domanda: che cosa significa guardare un’opera d’arte oggi?
LA SFIDA PER IL FUTURO
Il patrimonio italiano non ha bisogno solo di essere protetto. Ha bisogno di essere conosciuto, valorizzato, comunicato.
La sfida dei prossimi anni è costruire un nuovo ecosistema della divulgazione culturale: studiosi, istituzioni, professionisti della comunicazione e territori che collaborano per trasformare la ricerca in patrimonio condiviso.
L’arte italiana non è un lascito del passato: è una forza che continua a muovere il presente e a costruire il domani. È una delle nostre forme più potenti di futuro, capace di diventare visione, opportunità e sviluppo, ma solo se sapremo raccontarla e riportarla al centro della vita pubblica.
di Francesca Liani