lunedì 14 settembre 2026
Il festival di Venezia ormai sembra l’assemblea dell’Onu quando si discute una delle tante mozioni di condanna contro Israele. L’unica differenza è che sul Lido, invece dei capi di Stato dei paesi islamici e di quelli dittatoriali a trazione comunista, a fare i sermoni sono i registi e i produttori di film a tesi sempre in chiave antisraeliana. L’anno scorso fu “La voce” di Hind Rajab a fare la parte del Leone. Quest’anno è toccato a “Naza”, che è il nome ebraico della tecnologia di intelligenza artificiale e di riconoscimento facciale con cui si individuano i terroristi da eliminare. Se uno sente solo – e si fida – le voci anonime e al buio di chi racconta in questo documentario le modalità di uso di questa tecnologia sarebbe portato a credere che la decisione avviene in automatico e per decisione delle macchine. Ma non è così.
Il docufilm, finanziato anche da un noto giornale di sinistra britannico – così ha detto il regista all’atto di ricevere lo scontato premio –, non rivela nulla: è da quasi tre anni che Israele ha iniziato ad usare questo programma e negli ultimi mesi sono stati colpiti migliaia di obiettivi militari legittimi (terroristi, ufficiali di Hamas, centri di comando, depositi di armi) che hanno purtroppo causato morti e feriti anche fra i civili. La scelta di colpire però veniva sempre dai generali e mai dalle macchine.
È talmente segreta questa notizia che tutti i giorni l’Idf pubblica un bollettino con il video degli attacchi compiuti, il nome del terrorista eliminato e le informazioni sulle vittime causate.
E lo sanno bene anche quelli di Hamas e della Jihad islamica visto che pubblicano subito dopo la foto del combattente martire, del funerale ed addirittura il video di commemorazione.
Insomma al Festival di Venezia si sono venduti per rivelazione militante la scoperta dell’acqua calda. Nel merito, il docufilm racconta solo ed esclusivamente ciò che può suggestionare il pubblico in chiave di odio verso lo Stato degli ebrei.
Pochi i cenni tecnici. In realtà questa unità militare che si occupa di identificare i terroristi ricercati, circa 37 mila, poco più della metà già eliminati in questi tre anni di guerra, si chiama 8200. E i sistemi usati si chiamano “lavander”, “where is daddy?” e “Gospel”.
Questi per le persone. Mentre per identificare i tunnel dove i terroristi – al pari dei mafiosi di Totò Riina con il piccolo Santino di Matteo – tenevano gli ostaggi sequestrati il 7 ottobre 2023 i programmi si chiamano “Deep intelligence” e “L’alchimista”.
Il film però era destinato alla premiazione a furor di popolo sin dal giorno in cui venne proiettato. Salutato, oltre che da quelle del pubblico, anche dalle ovazioni dei bravissimi Alberto Crespi e Steve della Casa di Hollywood party che lo illustravano alla radio poco dopo la proiezione. Si registra anche una battuta fuori luogo del pur bravissimo Crespi che ironizzando sul nome ebraico “Naza”, ha detto a Radio Tre Rai: “Credevo fosse un gioco di parole tra nazi e Gaza, non sapevo fosse un nome che indicava questo fenomeno di tecnologia Ai..”.
Il colmo però lo ha raggiunto uno dei due registi, Abraham Yuval, che al momento di ricevere il premio speciale della Giuria di Venezia faceva un appello a paesi come l’Italia perché “rimuovessero il veto alle sanzioni contro Israele”.
Insomma, un’operazione politica discutibilissima sotto forma di documentario peraltro girato tutto al buio.
Chissà se un giorno un qualche regista anche israeliano, “de sinistra”, troverà invece la forza di raccontare la storia di Shakhar Gindi, la ragazza (sorella della insegnante Adi Gindi) cui venne tagliato un braccio e che fu costretta a chiamare in videochiamata con l’altro braccio proprio la sorella mentre veniva così torturata e uccisa.
Pare che la povera insegnante nonostante si siano occupati di lei svariati psicoterapeuti e psichiatri non si sia più ripresa. E magari anche la storia del ragazzo della donna uccisa, Almog Sarusi, rapito e portato a Gaza e poi trovato ucciso in uno dei tunnel. Materiale per un film toccante e tragico ce ne sarebbe a iosa. Compresi i – veri – filmati di repertorio.
Queste vicende però, che si possono definire di ordinario nazismo senza fare battute infelici, ai festival dove impera la mentalità woke sembrano non interessare. Né si trovano produttori e distributori, neanche in Israele, disposti a metterci i soldi. D’altronde a chi si chieda come mai si trovano oggi in Israele tanti cittadini che odiano lo Stato che li difende e disposti a parlarne male in interviste o opere d’arte visive la risposta è sempre la stessa: “Follow the money”.
E sembra che tanti soldi nello Stato ebraico si siano riversati nelle tasche di persone senza scrupoli anche prima del 7 ottobre.
Provenienza? Forse il Qatar?
di Rocco Schiavone