giovedì 27 agosto 2026
Il saggio storico pubblicato dalla casa editrice Einaudi con il titolo L’Omicidio di Piersanti Mattarella, di cui è autore lo storico e docente universitario Miguel Gotor, è notevole sia perché propone una interpretazione storica per capire i motivi che furono alla base di questo crimine, sia perché descrive in modo esemplare il contesto storico in cui maturò. Nella prima scena, in modo preciso e con immagini letterarie che il lettore difficilmente dimenticherà, Gotor racconta che alle ore 12.50 del 6 gennaio 1980, mentre era in procinto di recarsi in chiesa a bordo della sua automobile, Mattarella venne colpito da tre proiettili esplosi da un killer, che sua moglie, Irma Chiazzese, osservò in volto per alcuni terribili istanti. Ancora rantolante, Piersanti venne preso in braccio da suo fratello Sergio, accorso sul luogo dell’agguato, per essere, gravemente ferito, condotto nell’ospedale di Villa Savoia, dove morì subito dopo.
Il giorno successivo all’agguato, costato la vita al presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, Leonardo Sciascia con la sua intelligenza penetrante osservò in un suo articolo che, poiché la mafia non è abituata a uccidere in presenza dei familiari della vittima, l’agguato a suo parere aveva una matrice terroristica. Secondo la testimonianza di Irma Chiazzese, il killer che ha sparato al marito aveva lo sguardo di ghiaccio, il passo ondeggiante e un evidente rossore sulle guance. I killer, a bordo di una Fiat 127, erano due, in base alle testimonianze dei due testimoni, boy scout, che avevano assistito all’omicidio. La facilità con cui si dileguarono gli autori del crimine denotava una libertà logistica dovuta alla circostanza che la via, in cui era avvenuto il delitto, rientrava nel mandamento di Resuttana, ad alta densità mafiosa. In seguito alla uccisione di Piersanti Mattarella furono avanzate due ipotesi investigative: per la prima, si trattava di un omicidio di mafia; per la seconda, si trattava di un delitto la cui matrice terroristica andava ricercata in ambiti e contesti posti al di fuori della Sicilia e di Palermo.
Piersanti Mattarella, era un giovane intellettuale, giurista di formazione, che aveva iniziato a fare politica con suo padre Bernardo, deputato alla Costituente, più volte sottosegretario e ministro. Il padre si era dovuto difendere in tribunale perché Danilo Dolci lo aveva accusato di essere il garante di un equilibrio di potere basato sulla connivenza con la mafia, accuse calunniose per le quali Danilo Dolci venne condannato per diffamazione a due anni di carcere. Dopo la del padre, avvenuta nel 1971, Piersanti Mattarella si pose alla testa di una azione di rinnovamento nella Democrazia cristiana siciliana, con cui mirò a emarginare Vito Ciancimino, stringendo una alleanza politica con Rosario Nicoletti, il segretario regionale della Dc e con Salvo Lima, il referente della corrente di Giulio Andreotti in Sicilia.
Dopo avere a lungo ricoperto la carica di assessore al bilancio, Mattarella nel 1978 divenne presidente di una giunta di centrosinistra che potette godere dell’appoggio esterno dei comunisti. Mattarella voleva attuare in Sicilia la soluzione escogitata da Aldo Moro ed Enrico Berlinguer per superare la crisi politica italiana, in anticipo di un mese rispetto a quella che stava maturando a livello nazionale. Da presidente fece approvare una legge regionale per ridurre gli indici di edificabilità dei terreni, in modo da porre un argine alla speculazione edilizia e ridimensionare gli interessi dei mafiosi e dei palazzinari. In più, con grande coraggio mise in atto alcuni provvedimenti amministrativi per disciplinare la materia degli appalti per le scuole in base a criteri di trasparenza e legalità. Dopo l’assassinio di Moro, comprese Mattarella, che gli equilibri politici stavano mutando, visto che il Pci abbandonò la politica di solidarietà nazionale anche in Sicilia e il segretario regionale Nicoletti si defilò, forse perché intimidito dalla mafia.
Mattarella, prima di essere ucciso volle incontrare a Roma il ministro degli Interni Virginio Rognoni, al quale confidò di considerare ambigua e doppia la figura di Vito Ciancimino, la cui azione politica non approvava. Come nota Gotor, l’isolamento di Piersanti Mattarella nella Dc venne prodotto da due fattori. In primo luogo, dalla sua volontà di contrastare le due fazioni di cosa nostra, i palermitani di Stefano Bontate, e i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano. In secondo luogo, il mutamento degli equilibri politici a suo svantaggio, che era avvenuto dopo la morte di Aldo Moro, di cui era un allievo. Piersanti Mattarella, per il suo carisma, prima di essere ucciso, era un politico in ascesa, che aveva dinanzi a sé un sicuro ruolo da protagonista nella politica italiana.
Prima di esaminare come sono state condotte nel corso degli anni le inchieste della magistratura per comprendere chi siano stati i mandanti e gli esecutori di questo atroce delitto, Gotor – da grande studioso – delinea una memorabile distinzione tra il metodo di indagine della magistratura, che deve stabilire le responsabilità penali degli autori di un assassino, e quello storiografico, che invece mira a rappresentare il contesto politico e culturale in cui un evento tragico è maturato ed è avvenuto. Giovanni Falcone, riflettendo sui mandanti del delitto Mattarella, coniò la espressione degli ibridi connubi, convinto che la volontà di eliminare il presidente della regione Sicilia il 1980 vide uniti cosa nostra, il mondo della eversione nera, la massoneria occulta e centri di potere internazionali.
Infatti nel 1989 Loris D’Ambrosio, che in seguito sarà consigliere giuridico del presidente Carlo Azeglio Ciampi e di Giorgio Napolitano, scrisse una relazione ampia e argomentata con rigore giuridico in cui analizzava, seguendo l’ipotesi investigativa suggerita da Falcone, i rapporti tra la mafia, l’eversione nera e i poteri occulti. Senza dubbio, la Sicilia è una terra particolare dove vi è sempre stato un rapporto di tolleranza tra il potere politico, la borghesia e la criminalità mafiosa, secondo il giudizio di Mario Mori, comandante dei carabinieri in Sicilia tra il 1986 e il 1990.
Sergio Mattarella, nel lontano 1993 rilasciò una intervista e sostenne che per risalire ai mandanti della uccisione di suo fratello fosse necessario tenere presente il contesto internazionale della guerra fredda. Per la giustizia italiana i mandanti furono i vertici di cosa nostra, guidati da Totò Riina e Bernardo Provenzano, che non avvertirono Stefano Bontate della decisione che avevano preso. Tuttavia, secondo un’ipotesi investigativa, ad uccidere il presidente Piersanti Mattarella furono Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, in base a uno scambio con cosa nostra che avrebbe dovuto favorire la liberazione di Pierluigi Concutelli, capo della destra eversiva italiana, rinchiuso nel carcere dell’Ucciardone di Palermo, perché responsabile della morte del giudice Vittorio Occorsio. Nel 1999 in Cassazione con un giudizio definitivo Fioravanti e Cavallini sono stati assolti da questa imputazione.
Poiché ancora non si conoscono gli esecutori materiali del delitto, nel 2018 è stata aperta una nuova inchiesta da parte della magistratura. Per Gotor, visto che in quegli anni, con l’istallazione dei missili cruise a Comiso e la presenza del regime libico di Muammar Gheddafi alleato della Unione sovietica, si stava esaurendo la stagione della distensione, è giusto considerare la presenza di una trama massonica internazionale che vedeva in Licio Gelli, capo della loggia occulta P2, un sostenitore dell’oltranzismo atlantico, collegato con la destra repubblicana degli Usa, ed animato dalla volontà di fermare e impedire la politica di solidarietà nazionale che il presidente della regione Sicilia, come seguace di Aldo Moro, voleva proseguire nella sua terra.
Nel libro, dove le varie fazioni della eversione nera riconducibile al neofascismo sono descritte, è memorabile il ritratto di Julius Evola, il pensatore tradizionalista che osteggiava la modernità in nome della spiritualità, della gerarchia, della passione politica e della ascesi. Degne di nota i collegamenti sul piano storico tra la strategia della tensione e gli esponenti del mondo eversivo neofascista. Dopo la bomba esplosa nel 1974 sul treno Italicus, che fece 12 vittime, Italo Calvino da grande intellettuale scrisse un grande articolo per sostenere che si era manifestato un carattere nuovo della storia d’Italia, che consisteva nella instaurazione dell’anti-Stato, capace di incistarsi dentro la struttura dello Stato per minarne le basi democratiche mediante la violenza del mondo eversivo e quella della criminalità. Un libro bello e importante per conoscere la storia contemporanea del nostro Paese.
di Giuseppe Talarico