giovedì 27 agosto 2026
La musica esprime la nostra molteplicità di stati emozionali, passionali. Ho notato taluni raggiungimenti che non potremmo concepirne di superiori. Come la morte nel secondo tempo della Terza Sinfonia di Ludwig van Beethoven e di Sigfrido di Richard Wagner. Quando si tratta di canto occorre cogliere se la musica rende il testo. Didone, innamorata persa di Enea, vedova regale, vagheggia di unirsi al troiano. Enea non la respinge ma il destino ha ben altri disegni, Enea e la sua progenie devono fondare la stirpe Giulia, non possono africanizzarsi. Un meraviglioso operista inglese in un Paese che scarseggia di operisti, concepì Dido and Eneas. Enea parte, Didone sta per uccidersi, invoca che Enea almeno la ricordi. È un assoluto testo-musica, nessuna maledizione, tanto è l’amore, ma una invocazione di ricordo da smuovere le stelle in pianto con crescendi dolenti ma dignitosi, da regina, e il “remember” chiesto a un gentiluomo. Si erano amati! Henry Purcell è l’ammirabile compositore.
Johannes Brahms concepì il Requiem Tedesco in morte della madre. Vi è un breve momento tra disperazione e invocazione che sembra lo sforzo estremo di oltrepassare la condizione umana e raggiungere l’aldisopra, forse non raggiungendolo, ma invocandolo con disperazione. Cantato da Kathleen Battle, solo da lei, attesta il grido umano di fronte alla morte. Un assoluto.
Filippo II, basso, incontra il grande inquisitore, basso profondo. Questo scambio di voci solenni, cavernose, di peso, rendono la possanza dei due poteri spirituale e temporale: enorme gravame, cupo scambio di tonalità delle voci. Al riscontro le voci tenorili di Don Carlo e il Marchese di Posa hanno tutt’altra consistenza pur nello slancio amicale. E così deve essere. Soffrono, ma sono giovani. È il Don Carlo di Giuseppe Verdi. Esiste espressione paragonabile sulla grandezza e i timori della regalità come nel Boris Godunov di Modest Musorgskij, nell’aria che li manifesta? Credo sia la vertigine della regalità potente e delirante, Fëdor Šaljapin e Boris Hristov sono a livello sovrano. Nella stessa opera, la derelizione del popolo russo all’epoca è scolpita, canto affliggente scolpito. Come lo è l’autoaccusa che Eugenio Onegin volge a sé, cinico seduttore, colpevole, respinto da Tatjana. Cantato da Dmitrij Chvorostovskij è l’incarnazione esemplare di tutti i Don Giovanni sciupadonne pentiti troppo tardi. Pushkin e Pëtr Il’ič Čajkovskij sono estremi.
Non si finirebbe. Giacomo Puccini, La bohème: Mimì cessa di vivere. Rodolfo è distratto un momento, scorge negli amici imbarazzo, comprende che avviene l’irreparabile e gridando “Mimì” la musica rievoca il momento in cui da soli parlavano del loro amore. E che dire: Otello uccide la immacolata Desdemona, scopre l’errore e l’orrore. Si ucciderà. Ma prima, anche se ormai tardi, vuole dirle che l’amò e la bacia e ancora la bacia e si uccide. Verdi spegne la musica in una diminuzione dissolvente, un esaurimento di vita.
Per finire, ritagli dell’interminabile, alcune canzoni equilibrano parole e musica alla precisione. In quanto all’opera nel Don Giovanni, Wolfgang Amadeus Mozart esprime un passaggio d’epoca in poche righe di musica e canto. Il Commendatore, ucciso dal fioretto di Don Giovanni, riappare in aspetto oltreumano, esige che Don Giovanni condanni il proprio libertinaggio, Don Giovanni nega la richiesta, il Commendatore stringendogli la mano lo infernizza bruciandolo. È una contraddizione: se Don Giovanni è bruciato, l’inferno esiste. Ma pochissimi o nessuno coglie la contraddizione, invece è proclamata la vitalità tutta felice di vivere solo questa vita di Don Giovanni. E Mozart, illuminista radicale, voleva questo risultato. Lo esprime nel categorico “no” alla richiesta di pentimento. Bisogna ascoltarli quei no ripetuti in crescendo. Un vincolo alla vita nella vita. La stornellata amorosa di Don Giovanni. Che libertà felice! Proprio: l’arte raddoppia la vita depurandola (sublimandola) con l’espressione.
di Antonio Saccà