mercoledì 26 agosto 2026
Nella chiesa sconsacrata Maria SS. Immacolata, a Bucciano (Benevento), sabato 29 agosto una videoperformance dell’artista romana Kyrahm (autrice, regista, performance artist, giornalista) troverà una nuova dimensione, in un intenso dialogo tra corpo umano, memoria, fragilità e spazio post-sacrale. Alle ore 12, una copia di “Ecce (H)omo” sarà posizionata sull’altare. L’opera originale Ecce (H)omo nasce nel 2016 come performance art, e si trasforma poi in video nel 2017: con regia di Kyrahm Human Installations e fotografia della fotoreporter Julia Pietrangeli. Le due hanno in cantiere il progetto itinerante “Human Installations”, ricerca tra arte, teatro d’avanguardia e cinema.
Al tuo attivo hai un’esperienza multiforme come autrice, regista, artista di performance, giornalista. Cosa t’ha spinto a cimentarti con la videoperformance, centrata, qui, su temi di così forte rilievo umano e psicologico-sociale?
Chiariamo che “Ecce (H)omo” non nasce oggi. L’opera risale al 2016, ma adesso, sabato 29 agosto, il video sarà posizionato sull’altare della chiesa sconsacrata. Mi occupo di videoperformance da circa 20 anni, è uno dei linguaggi attraverso cui porto avanti da anni la mia ricerca. Human Installations nasce proprio dall’incontro tra performance, corpo e videoarte: è un progetto iniziato nel 2008 e sviluppato nel tempo, attraverso opere in cui l’esperienza dal vivo viene affiancata trovando un’altra dimensione dalla sua trasposizione video. Così abbiamo affrontato, negli anni, temi come carcere, migrazioni, diritti umani, lotta alle mafie. In “Ecce (H)omo” ho cercato di scavare la condizione umana, le sue contraddizioni e le sue fragilità.
E come si è inserito, in questa performance, l 'apporto della videomaker Julia Pietrangeli?
Julia Pietrangeli è fondamentale in questo percorso, con lei esiste una collaborazione artistica che dura da sempre. Anche lei è regista, autrice, ma anche un’eccellente fotografa. Ci siamo incontrate sul terreno della ricerca tra cinema e performance, e abbiamo sviluppato un rapporto in cui lo sguardo dietro la camera non è mai neutrale. In “Ecce (H)omo”, questa relazione diventa ancora più importante perché ci troviamo davanti a temi universali: l’amore, la malattia, la perdita, la dignità.
Ma come si ricollega, la tua performance, al contesto della manifestazione “Human rights? factory” del 2025, a cura di Debora Salardi e Roberto Ronca, in cui fu presentato anche il progetto del primo museo al mondo di arte contemporanea dedicato ai diritti umani? Puoi parlarci in particolare, anche di quest'ultimo tema?
I diritti umani non sono qualcosa che possiamo dare per acquisito una volta per tutte. Vanno continuamente interrogati, difesi, messi in discussione quando la realtà dimostra che esistono ancora esclusioni, discriminazioni e violenze. In questo senso, il progetto di uno spazio di arte contemporanea dedicato ai diritti umani è particolarmente interessante perché consapevolezza, che accoglie e stimola gli artisti a riflettere e interrogarsi in una dimensione più etica che estetica. Per me l’arte deve creare le condizioni giuste nel quale lo spettatore si trova costretto a prendere posizione, anche solo interiormente.
Parigi, 1985: il Centre Pompidou ospita “Les Imméteriaux”, mostra ideata dal filosofo Jean-François Lyotard insieme a Thierry Chaput, che segna una svolta decisiva nella storia della museologia, mettendo in discussione il modo stesso di esporre e trasmettere il sapere: in un contesto, all’epoca appena iniziato, di profonde trasformazioni nello sviluppo di tecnologie e media. E sollevando la questione di come sta cambiando il nostro rapporto con materia, informazione e conoscenza, in un mondo sempre più immateriale. Questa tua iniziativa, si ricollega idealmente anche a quest’importante precedente di 40 anni fa?
Les Immatériaux è stata un’esperienza fondamentale perché ha anticipato alcune trasformazioni che oggi fan parte della nostra quotidianità. Il rapporto con l’immateriale è ormai completamente cambiato: viviamo immersi nelle immagini, nei dati, nelle reti e in una produzione continua di informazioni. La performance è effimera, parla di questa impermanenza. Penso, allora, che la tecnologia abbia reso il corpo ancora più necessario. Oggi , nel caos, potremmo dire, di immagini virtuali, la presenza fisica di un corpo può diventare un atto di resistenza, ma al contempo, la videoperformance diventa testimonianza di quell’esperienza.
E come ti rapporti, invece, al percorso di Bill Viola (1951-2024), il poliedrico artista newyorkese, italo-americano, autore di videoarte, che ha portato quest’ultima all’interno di importanti luoghi di culto, tra cui appunto cattedrali e chiese, instaurando un attento confronto tra immagine contemporanea, spiritualità e tradizione?
Bill Viola è stato un artista fondamentale per chiunque abbia lavorato con la videoarte. La sua ricerca dimostra che videoarte e spiritualità non sono affatto territori incompatibili. Anzi, l’immagine in movimento può creare una dimensione contemplativa molto potente. Se in Viola troviamo la costruzione di immagini ad hoc come martiri e santi, la mia opera presenta una specificità, in quanto trattasi di performance costruita intorno a persone reali e alla loro esperienza; e solo successivamente trova in questa chiesa sconsacrata una nuova possibilità di esistenza.
Questa tua performance, già per il solo fatto di svolgersi nello spazio della chiesa cattolica sconsacrata Maria SS. Immacolata di Bucciano, presenta forti riferimenti all’iconografia cristiana: però divulga anche un messaggio profondamente laico, presentando tutte le forme dell’amore (che, direbbe ancor oggi Dante, move il sole e l’altre stelle). E in ultimo, quali sono i tuoi prossimi progetti in questo campo delle videoperformance?
Sarà un progetto realizzato con l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Ona, Osservatorio nazionale amianto: le vittime dell’amianto sono considerate veri e propri “martiri del lavoro e del dovere”, rappresentando una tragedia che solo in Italia causa ancora circa 7.000 decessi all’anno, a causa di patologie asbesto-correlate come il mesotelioma e i tumori polmonari. E più di 200mila morti nel mondo.
di Fabrizio Federici