Sottosuolo. Stone Island “nel pit”: ora l’hardcore è mainstream?

lunedì 24 agosto 2026


La calma, il caos e gli impermeabili. L’esplorazione di nuove “comunità” da parte di Stone Island – il marchio fondato da Massimo Osti, dal 2021 di proprietà di Moncler – ha portato gli occhi del mondo intero sulla scena hardcore. Uno short film (The Calm and the Chaos) pubblicato da Stone Island e diretto da Isaac Lamb mostra piccoli estratti della scena hardcore americana e britannica. Il video dura poco più di due minuti, e ospita un monologo di Graham Sayle. Il frontman e paroliere degli High Vis, una delle band più eclettiche (e famose) dello Uk hardcore, ha provato a spiegare la quintessenza del genere musicale in questione, citando scantinati, sudore, energia, rabbia e voglia di rivalsa. Tutti valori che sono in sintonia con il brand e la sua “filosofia di sperimentazione, autenticità e continua evoluzione”.

The Calm and the Chaos vuole “tracciare il continuo dialogo tra la scena hardcore americana e quella britannica”, ha dichiarato Stone Island, ma la frase con cui si conclude il videoclip è anche la più problematica di tutta l’operazione commerciale. Qui mi duole contraddire Graham Sayle, secondo cui l’hardcore “non è un posto per tutti (not a place for everyone)”, perché la scena in realtà è tutto l’opposto. O meglio, l’hardcore che viene dipinto nel piccolo spot di Stone Island è effettivamente, per usare una forma positiva, un posto per pochi: si vedono solo giovani uomini grandi, grossi e tatuati con lo sguardo di chi la sa lunga con addosso cappotti che costano oltre mille euro. Ma la scena è – in alcuni casi, dovrebbe essere (vedi il maschilismo e il machismo di alcuni ambienti) – un’altra cosa. Chi ne fa parte lo sa bene e rimane colpito in negativo dalla superficialità di quest’operazione.

Gli hardcore kids di tutto il mondo si ritrovano a ballare e moshare in scantinati, retrobottega e localacci di vario genere perché lì nessuno può vendergli intrattenimento preconfezionato, perché lì possono decidere con la loro testa cosa sentire, con chi stare, cosa bere, cosa non bere, cosa fumare e cosa non fumare. Se l’hardcore, quindi, fosse un capo d’abbigliamento, non sarebbe una giacca da più di mille euro né un cappello da duecento euro, ma una maglietta fighissima trovata al mercato dell’usato. Che poi è così che in Inghilterra la working class – e quindi i primi hardcore kids, gli hooligans e i punk – hanno scoperto le giacche in kevlar di Massimo Osti, tra i banchi del mercato di Camden Town. Spesso, prelevate nei negozi italiani nonostante la presenza di un antitaccheggio.

L’hardcore, oltre che musica, è da sempre attitudine, e spesso questa va a braccetto con l’aspetto estetico. Quindi non è un dramma se molti hardcore kids comprano i cappotti di Stone Island, o i cappelli con la rosa dei venti; nuovi o di seconda mano che siano. Tuttavia, un brand non potrà mai “comprare” l’hardcore. Certo è che quando i grandi marchi si accorgono di una sottocultura e la portano in superficie, spesso questo coincide con la “morte” della stessa. Da resistenza urbana a merce del sistema: è davvero questa la fine dell’hardcore?


di Edoardo Falzon