“Alberto Sordi secret”

lunedì 27 luglio 2026


Igor Righetti cugino e biografo di Alberto Sordi: “Non voglio alimentare il mito.
Voglio conservarne l’umanità”

Dietro ogni grande artista c’è una storia che va oltre il successo e la celebrità. Nel caso di Alberto Sordi, icona indiscussa del cinema italiano, quella storia prende vita attraverso il racconto di chi lo ha conosciuto più da vicino. Giornalista, autore, regista e cugino dell’attore, Igor Righetti custodisce e tramanda un patrimonio di ricordi, valori e testimonianze che restituiscono il volto più autentico di un uomo straordinario. In questa intervista ci accompagna alla scoperta dell’Alberto Sordi segreto: non il mito, ma la persona, con le sue fragilità, la sua generosità e l’esempio umano che continua a parlare anche alle nuove generazioni.

Lei è il custode della memoria di suo cugino Alberto Sordi che ha frequentato e vissuto fin da bambino. Attraverso il suo libro Alberto Sordi segreto, il docufilm Alberto Sordi secret e iniziative come il Premio internazionale “Alberto Sordi Family Award”, quale eredità umana, artistica e culturale sente oggi di avere la responsabilità di trasmettere alle nuove generazioni?

Essere il custode della memoria di Alberto, il suo biografo, è per me un onore, ma soprattutto una responsabilità enorme. Alberto non ha avuto figli e la nostra famiglia, oggi, è davvero molto piccola. Io sono l’unico familiare che opera professionalmente nel giornalismo, nella televisione, nella radio e nel mondo dello spettacolo. Questo significa che sento il dovere morale di raccontare non soltanto il grande attore che tutti conoscono, ma soprattutto l’uomo che pochissimi hanno avuto il privilegio di frequentare nella sua dimensione più autentica.

Non mi interessa alimentare il mito. Il mito esiste già. Mi interessa conservarne l’umanità. Vorrei che i giovani scoprissero che dietro oltre 220 film c’era una persona che si è costruita da sola, con sacrificio, disciplina e una determinazione fuori dal comune. Alberto diceva: “Io non voglio diventare un attore. Voglio diventare il più grande attore”. E per riuscirci ha fatto qualsiasi mestiere: il doppiatore, il ballerino, il cantante, il teatrante, la radio, l’avanspettacolo. È diventato anche la voce italiana di grandi attori americani. Ha sacrificato la sua vita personale per dare il massimo nella sua professione. Ci diceva spesso che se si fosse sposato sarebbe stato un pessimo marito e un pessimo attore. Tutto il suo tempo lo dedicava al suo pubblico che mai avrebbe voluto deludere.

Oggi viviamo in una società che spesso celebra il successo prima ancora del merito. Alberto rappresenta esattamente il contrario. Insegna che il talento, da solo, non basta. Occorrono sacrificio, umiltà e pazienza. È questa l’eredità più preziosa che sento di dover trasmettere.

Nel libro e nel docufilm emergono aspetti inediti della personalità di Alberto Sordi: gli affetti, le fragilità, le passioni, ma anche le sue abitudini più private. Qual è stata la scoperta che l’ha colpita maggiormente e che, secondo lei, contribuisce a far conoscere un volto nuovo dell'uomo, oltre il mito dell’attore?

La verità è che per il pubblico quasi tutto ciò che racconto rappresenta una scoperta. Alberto non si è mai raccontato davvero. Condivideva con gli italiani il suo lavoro, mai la sua vita privata. Era talmente diffidente e riservato che non si apriva neppure con i suoi collaboratori.

Tra gli aspetti che più mi emozionano c’è sicuramente la sua straordinaria generosità. Per anni è stato dipinto come avaro. Nel libro dedico un intero capitolo proprio a sfatare questo luogo comune. Alberto faceva beneficenza continuamente, ma pretendeva che nessuno lo sapesse. Diceva sempre: “La vera beneficenza si fa in silenzio. Se la racconti, diventa pubblicità”. Come fanno tanti “morti di fama”, come li definisco io, in cerca di visibilità. Persino gli abiti di scena che portava via dai set, e che qualcuno interpretava come segno di tirchieria, avevano tutt’altra destinazione. Noi familiari sapevamo benissimo che li donava alla Casa del Barbone e ad altre opere benefiche. Non teneva nulla per sé.

Un altro lato poco conosciuto era il suo immenso amore per gli animali, in particolare cani e cavalli. Credo sia proprio questa capacità di voler bene, senza esibirla, il tratto più sorprendente della sua personalità.

Dopo il grande successo del libro giunto alla 12ª ristampa è arrivato il docufilm omonimo di cui è regista e sceneggiatore. Quali sono state le principali sfide nel trasformare una ricerca fatta di testimonianze, documenti e ricordi familiari in un racconto cinematografico capace di emozionare anche chi pensa di conoscere già Alberto Sordi?

La sfida più difficile è stata evitare qualsiasi imitazione. I fan di Alberto non mi avrebbero mai perdonato un sosia con una protesi al naso o qualcuno intento a copiarne voce e movenze. Alberto è uno di quei giganti che non si imitano. Per questo ho scelto una strada completamente diversa.

Il docufilm racconta l’infanzia e l’adolescenza di Alberto fino al ritorno da Milano, quando aveva diciassette anni. Lo vediamo interpretato da tre ragazzi di età diverse, senza mai cercare la copia fisica. Ho preferito raccontarne l’anima invece che riprodurne il volto o imitarne il suo celebre saltello. Il risultato è un viaggio emotivo dentro l’uomo Alberto, non dentro il personaggio Sordi. Finora ha ricevuto 35 Premi in Italia e all’estero, dall’Europa agli dagli Stati Uniti fino all’Asia. Attualmente è in onda su Prime Video in Cina, Usa, Gran Bretagna, Nuova Zelanda e Australia. Dopo la proiezione nei cinema italiani è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma e al Senato della Repubblica. Nell’opera prodotta da Massimiliano Filippini e CameraWorks con la fotografia di Gianni Mammolotti, le musiche di Maria Sicari e i costumi di Stefano Giovani, per la prima volta il pubblico vede i genitori, gli zii, i nonni e gli amici di Alberto. Tra i protagonisti ci sono Fioretta Mari, Maurizio Mattioli, Emanuela Aureli, Daniela Giordano, Mirko Frezza, Enzo Salvi, Daniele Foresi, Lorenzo Castelluccio, Emily Shaqiri, Fabrizio Raggi.

A questa parte, ambientata negli Anni Venti e Trenta girata in bianco e nero con costumi e auto d’epoca, si intrecciano contributi di parenti e amici di Alberto, grandi personaggi del mondo del cinema, della televisione e dello spettacolo (Pupi Avati; Rosanna Vaudetti; la nipote di Totò Elena de Curtis; il suo grande amore Patrizia de Blanck; la figlia dell’attrice Anna Longhi, Sabrina Sammarini; Piera Arico e Fiona Bettanini,  moglie e figlia di Gastone Bettanini, l’amico segretario e primo agente di Sordi fino al 1965 che lo lanciò; Tiziana Appetito e Alessandro Canestrelli, figli dei fotografi di scena di decine di film di Alberto Sordi, Enrico Appetito e Alessandro Canestrelli senior; Jason Piccioni, figlio del compositore e musicista Piero; il suo editore Cecilia Gremese; il re dei paparazzi Rino Barillari e tanti altri).

Il docufilm è ricco anche di immagini e video esclusivi dell’Istituto Luce, di audio originali, delle foto provenienti dai nostri album di famiglia e di quelle messe a disposizione dai personaggi intervenuti. La voce narrante di Dado Coletti accompagna lo spettatore che, per la prima volta, scopre gli interni della blindatissima villa di Castiglioncello, in Toscana, dimora estiva di Alberto Sordi; la meravigliosa tenuta del vero Marchese del Grillo a Fabriano dove l’attore andava spesso a rilassarsi o la casa natale della mamma Maria Righetti a Sgurgola, in provincia di Frosinone. Un biopic in cui nulla è fiction, frutto di fantasia, ma dove invece i dialoghi, le situazioni e i personaggi ripercorrono la vita reale e sconosciuta al pubblico di Alberto Sordi.

Alberto diceva spesso che “Si muore realmente soltanto quando si viene dimenticati’: sono convinto che grandi personaggi come lui non moriranno mai finché li ricorderemo.  Gli interventi degli amici di Alberto sono testimonianze, non interviste, e hanno il ritmo veloce tipico dei reportages giornalistici dove la narrazione della storia è centrale. Il genere documentario, invece, è presente con i video inediti dell’Istituto Luce e con la voce narrante che accompagna lo spettatore, ma con il linguaggio giornalistico. Il docufilm è indipendente supportato da sponsor privati. Chi pensa di conoscerlo scopre invece un universo completamente nuovo. Ed è probabilmente questa la soddisfazione più grande.

Alberto Sordi ha sempre difeso con discrezione la propria vita privata. Come ha affrontato il delicato equilibrio tra il rispetto della sua riservatezza e il desiderio di raccontare aspetti inediti della sua personalità senza tradirne la volontà?

In realtà è stato proprio Alberto a indicarmi la strada. A noi familiari più stretti ripeteva spesso una raccomandazione che non ho mai dimenticato. Diceva: “I fatti nostri raccontateli soltanto quando sarò in orizzontale”. Non pronunciava mai la parola “morte”. Era profondamente cattolico e anche molto scaramantico.

Aggiunse una cosa che mi è rimasta impressa: “Così mi farete conoscere anche alle nuove generazioni e mi ricorderete ai miei estimatori”. Io ho semplicemente rispettato quella volontà. Ho aspettato il centenario della sua nascita per pubblicare il libro Alberto Sordi segreto e successivamente realizzare il docufilm. Ho raccontato soltanto ciò che serviva a comprendere meglio l’uomo, mai ciò che avrebbe alimentato il gossip. Nell’opera c’è la storia autentica di una persona che aveva scelto la riservatezza come forma di rispetto verso se stesso e verso il pubblico.

“L’Alberto Sordi Family Award” ogni anno rende omaggio a protagonisti del mondo della cultura, dello spettacolo e dell'impegno civile. Quanto è importante, oggi, valorizzare esempi positivi che sappiano coniugare talento, umanità e integrità, proprio come faceva Alberto Sordi?

È fondamentale. Quando ho creato nel 2017 il Premio internazionale Alberto Sordi Family Award, il mio obiettivo era proprio questo: premiare non soltanto il successo, ma il valore umano che accompagna il successo. Negli anni ho avuto l’onore di conferire il riconoscimento anche a quattro Premi Oscar, da Helen Mirren a Colin Firth, accanto a grandi protagonisti italiani della cultura, dello spettacolo, della ricerca e dell’impegno civile. Viviamo in un’epoca in cui troppo spesso la notorietà viene confusa con il merito. Alberto ci insegna l’esatto contrario. Diceva che bisogna conquistarsi ogni traguardo con il lavoro e con il sacrificio. Io ripeto spesso ai miei studenti universitari di Comunicazione una frase nella quale credo profondamente: “Quando qualcuno vi regala una scorciatoia, quasi sempre c’è un prezzo da pagare”. Le scorciatoie possono dare visibilità, ma non costruiscono credibilità. Per questo il Premio vuole essere un messaggio culturale prima ancora che celebrativo: ricordare che talento, etica e umanità possono e devono camminare insieme.

Se oggi Alberto Sordi potesse leggere il suo libro e vedere il docufilm, quale pensa sarebbe la sua reazione? E quale messaggio spera che il pubblico, soprattutto i più giovani, porti con sé dopo aver scoperto questo Alberto Sordi segreto?

Credo che la prima cosa che farebbe sarebbe… ridere. Si divertirebbe moltissimo nel rivedere tutti quei piccoli episodi di famiglia che raccontava a mio nonno e a mio padre, spesso anche in mia presenza. Rivedrebbe il bambino investito da un furgoncino a Trastevere e salvato miracolosamente, tanto che sua madre Maria Righetti, profondamente devota alla Madonna, lo portò immediatamente nella Basilica di Santa Maria in Trastevere per ringraziare la Vergine. Rivedrebbe il ragazzo pieno di sogni che partiva per Milano, i sacrifici condivisi con Federico Fellini, gli inizi difficili, i primi provini andati male, le speranze e le delusioni. E credo che si emozionerebbe nell’ascoltare le testimonianze dei suoi veri amici e di chi gli ha voluto bene sinceramente.

Quanto al pubblico, spero che esca dal libro e dal docufilm con un’immagine diversa di Alberto. Non soltanto come uno dei più grandi attori italiani, ma un uomo profondamente umano che aiutava senza chiedere applausi, che amava gli animali, che aveva una fede autentica, che era ironico anche nella vita privata. E che ha dimostrato come il successo più importante non sia quello che si conquista sotto i riflettori, ma quello che si lascia nel cuore delle persone.

Se anche un ragazzo, dopo aver visto Alberto Sordi secret o letto Alberto Sordi segreto, decidesse di credere un po’ di più nello studio, nel sacrificio, nell’onestà e nella gentilezza, allora avrei la certezza di avere rispettato davvero l’eredità che Alberto mi ha affidato. Il libro e il docufilm internazionale nascono proprio con questo obiettivo: far conoscere l’uomo oltre il mito, senza tradirne la memoria.

(*) Alberto Sordi segreto di Igor Righetti, edizioni Rubettino, pagine 248, euro 14,25


di Claudia Conte