Il respiro del mito: le “Metamorfosi” di Ovidio ridisegnano le Latomie di Siracusa

martedì 7 luglio 2026


Nello scenario monumentale del Parco archeologico della Neapolis di Siracusa, le pietre secolari delle Latomie del Paradiso tornano a vibrare di una vita antichissima e profondamente moderna. Il fulcro drammaturgico dello spettacolo risiede nella natura stessa del capolavoro ovidiano: il flusso perpetuo dell’esistenza, dove nulla muore ma tutto si trasforma. Le parole di Ovidio prendono una forma del tutto inedita grazie alla straordinaria traduzione di Caterina Mordeglia e all’impeccabile adattamento drammaturgico di Francesco Morosi. La loro riscrittura si concentra sui momenti di massima tensione emotiva, laddove il dolore, il desiderio o la paura superano i limiti dell’umano, costringendo i corpi a mutare forma per sopravvivere a sé stessi o per sfuggire alla violenza del destino. Il mito smette così di essere un semplice racconto e diventa uno specchio delle nostre fragilità contemporanee, un’indagine sul confine labile tra l’essere e il divenire. A rendere unica questa produzione, nata dalla sinergia tra la Fondazione Inda e il Parco archeologico, è il modo in cui lo spazio è stato strutturato e reinventato dal regista Giuliano Peparini. La sua regia trasforma l’azione in un percorso coreografico e corale in cui i corpi degli interpreti si fondono con la pietra. Gli attori con la loro voce e i danzatori con i loro corpi popolano lo spazio muovendosi come creature nate dalla roccia stessa, evocando con gesti dinamici le trasformazioni fisiche: braccia che si allungano in rami, sguardi che si pietrificano, voci che si dissolvono nel vento.

L’adattamento teatrale delle Metamorfosi di Ovidio si trasforma in un’esperienza sensoriale capace di scardinare il concetto tradizionale di teatro per avvolgere lo spettatore in un viaggio totale dentro il mistero del cambiamento umano. A rendere unica questa produzione è il modo in cui lo spazio archeologico è stato integrato e reinventato. Le pareti scoscese della latomia, la vegetazione spontanea che ne adorna i costoni e l’oscurità naturale della sera siracusana non fanno da sfondo, ma si convertono in veri e propri elementi drammaturgici. L’apparato visivo e sonoro gioca un ruolo decisivo nell’amplificare la suggestione immersiva. Un disegno di luci magistrale accarezza le rugosità della roccia, creando ombre cangianti che dilatano lo spazio e proiettano visioni oniriche sulle pareti di pietra. I suoni e i sussurri emergono direttamente dalla natura circostante, trasformando gli spazi naturali in una cassa di risonanza emotiva in cui le parole dei protagonisti sembrano scaturire dalle profondità della terra. I costumi, essenziali ma ricchi di suggestioni materiche, assecondano il movimento fluido dei corpi dei danzatori, trasmettendo visivamente l’idea del passaggio dall’umano al vegetale, dall’animale al divino. Il risultato è un rito collettivo che avvolge il pubblico in un’atmosfera sospesa nel tempo. In questa riscrittura delle Metamorfosi, Siracusa dimostra, ancora una volta, come il patrimonio classico possa dialogare con i linguaggi della performance contemporanea, regalando agli spettatori non solo una narrazione, ma la sensazione tangibile di aver assistito, per una notte, al miracolo della trasformazione del mito in pura materia viva.


di Ilaria Cartigiano