Sottosuolo. “Hum of Hurt”, i Converge hanno ancora molto da dire

lunedì 8 giugno 2026


Siamo nel 2026, non è ancora iniziata l’estate e i Converge hanno già pubblicato due dischi. L’ultima fatica della band, Hum of Hurt, è uscita venerdì scorso. Riavvolgiamo però le lancette di qualche mese. Il 13 febbraio, quando il quartetto di Salem ha pubblicato Love Is Not Enough, la sensazione era che al disco mancasse qualcosa, che Jacob Bannon avesse ancora molto da dire. Come nei migliori film d’azione che si concludono con un cliff hanger, anche Love Is Not Enough sembrava dire tra le righe: i Converge ritorneranno. E infatti il primo aprile (data scelta a posta?), la band ha pubblicato il singolo che ha poi dato il nome all’album, il 12° in studio. 35 anni dopo l’uscita della prima leggendaria (e introvabile) demo tape, il quartetto nordamericano ha ancora molto da dire.

Non è un segreto che i testi di Bannon siano ispirati dall’attualità. Love Is Not Enough parla di come “l’amore” si faccia da parte nel momento esatto in cui l’uomo inizia a bramare il potere, mentre Hum of Hurt riguarda quel costante ronzio cosmico di dolore che ci accompagna nella vita di tutti i giorni. L’opening del disco è affidata Ben Koller, che con un fill di batteria dei suoi, frenetico e potente, crea un parallelo fortunato tra Slip the Noose e Dark Horse, la prima traccia di Axe to Fall (2009). Già dai primi secondi di Hum to Hurt è chiaro l’intento della band: scrivere un disco rumoroso, quasi noise, però in pieno stile Converge. Anche qui, la direzione d’orchestra di Kurt Ballou, chitarrista e producer del quartetto, è decisiva. La commistione dei suoni e degli arrangiamenti mathcore della prima ora, con i ritmi lenti e i suoni acidi che strizzano l’occhio ai dischi più “sludge” della band, funziona eccome. “L’idea musicale di fondo era di fare un album noise rock, ma non l’abbiamo mai fatto davvero”, ha ragionato Bannon. I Converge non si precludono neanche momenti più industrial e martellanti, come in Doom in Bloom e Detonator. Ma il vero “momento Converge” del disco è la doppietta Hum to Hurt-Nothing is Over. Riff epici, ritmi cadenzati e urla disperate e dissocianti, che fanno fare i conti all’ascoltatore con la violenza delle proprie paure più intime.

Il significato della traccia di chiusura è ambivalente: se è vero che al peggio non c’è limite, che dopo aver perso una battaglia bisogna rimettersi in guardia per provare a parare l’ennesima scarica di colpi che la vita ci scaglia addosso, è anche vero che dopo ogni fine c’è un nuovo inizio. E chissà, magari la prossima volta andrà leggermente meglio. Menomale che, nel frattempo, ci sono ancora i Converge.


di Edoardo Falzon