“Illusione”: l’arte del diavolo

giovedì 7 maggio 2026


Che cosa significa “Illusione”? Nel linguaggio di Francesca Archibugi (sempre un passo avanti nella regia impegnata e di grande qualità), come lei stessa lo ha illustrato nel corso della conferenza stampa, seguita alla proiezione del film omonimo (in uscita oggi nelle sale italiane per la 01 Distribution), è un tentativo di scoprire le “linee di inviluppo” della psiche in cui ogni persona vivente si trova avvolta, mentre continua a produrre percorsi reali come una tessitura di ragno durante tutta la sua vita, con il risultato di tramare una tela ubriaca, in cui i buchi si alternano casualmente alle zone dense dall’intreccio fitto-fitto. Le persone hanno così tanto da raccontare per cui chi tenta, anche evocando i medium della psicanalisi, di rappresentarne soltanto un angolo, una sezione, un particolare della mente-corpo di lui-lei in qualità di soggetto osservato, rimane come osservatore costantemente stupito e insaziato. Perché, poi, come sostiene Michele Riondino (bravissimo nel ruolo), i personaggi, tutti quelli interpretati sino in fondo, con convinzione, proiettano ombre individuali che, come coni inversi di luce (ciascun personaggio, cioè, è dotato di una sorta di “ombra propria”), si sovrappongono gli uni agli altri tracciando falsi perimetri e prospettive, continuamente smarginati e reimpastati nei loro chiaroscuri dal flusso degli eventi. Ovvero, ciascuno di noi non è mai come appare a qualsiasi altro, e viceversa. Perché, appunto, sono le ombre dinamiche che si incontrano tra di loro a nostra insaputa componendo così la relazione.

Nel film si staglia imponente una Triade istituzionale dai troppi intrecci emotivi, che agiscono come fonti inquinanti nella ricerca di prove, gli uni fin troppo fusionali agli altri. Così come accade nel seguente ordine gerarchico. In primis, la pm Cristina Camponeschi, sostituto procuratore incaricato delle indagini, interpretata da una sempre conturbante, affascinante e disorientante Jasmine Trinca. In secondo ordine viene il vicequestore Pizzirò (Filippo Timi), un po’ troppo limitato e ingessato come funzionario di provincia, eppur desto nei riflessi, tanto da salvare dalla stupidità dei suoi collaboratori una persona viva creduta morta. Terzo in successione, ma meno che mai ultimo, lo psicologo Stefano Mangiaboschi (Michele Riondino) dei servizi sociali, incardinato nella locale Asl, a sua volta sposato con Susanna (Vittoria Puccini), una moglie molto più attrezzata di lui come psicanalista, ormai tutta casa e famiglia, che deve gestirsi con la labile collaborazione del marito due figli gemelli, e una figlia adolescente dal vaffa facile. Poi c’è lei, protagonista e storia essa stessa: la strega bambina quindicenne, la Vergine Moldava venuta dall’Est Europa, una straordinaria Angelina Andrei nel ruolo della baby prostituta Rosa Lazar. La cornice degli eventi (tracciata con mano magistrale dalla regia) è semplice e brutale, descritta in immagini con la stessa intensità dei passaggi calviniani più pregnanti del Sentiero dei nidi di ragno, che ha come protagonista durante l’occupazione nazista un adolescente ribelle, con una sorella che si prostituisce ai tedeschi.

Qui, la svastica è l’insegna della criminalità slava e albanese, che gestisce in giro per il mondo lager di lusso per giovani prostitute minorenni, o le concentra lungo strade “sozze” e squallide (alla Midnight Cowboy) delle periferie urbane come tanti “pezzi”, spesso pagati a peso d’oro ad altri clan, come la piccola Rosa. Donne indifese, alla mercé di maschi totipotenti come staminali maligne: donne che ricordano gli Stücke, gli internati dei lager descritti da Primo Levi, in cui il termine dispregiativo rappresentava il pilastro linguistico della Lagersprache, la lingua del campo, utilizzato per annullare l’identità umana dei deportati. C’è un fulcro ipersensibile della narrazione che si basa proprio sulla violazione degli spazi protetti (una casa di accoglienza affidata a una anziana Suor Lucia, interpretata da una sempre bravissima Aurora Quattrocchi), che danno rifugio a minorenni vittime di violenza e di tratta. Due sono le interfacce che dovrebbero istituzionalmente esercitare la funzione di isolante al superconduttore emotivo di Rosa, affetta da una rara forma di schizofrenia disorganizzata: Stefano e Cristina, troppo uniti tra di loro da un’infanzia comune e dallo spazio angusto di una piccola città capoluogo dove tutti si conoscono tra di loro.

Così, Rosa sconfina attraverso la quarta parete di un teatro dell’assurdo proprio toccando le corde più intime del suo inquisitore a fin di bene che, grazie a continui feedback, viene a conoscere tutto dello sconvolgente passato della ragazzina. Ed è il calvario terreno di Rosa a intridere in profondità lo spazio emotivo dello psicologo, con la sua incessante e “fisica” richiesta di calore e di affetto, che fa risuonare in lui le corde proibite della sensualità e dell’attrazione sessuale. E dietro di loro, c’è il motore possente di Cristina, che sente l’odore della belva umana, del demonio incarnato, e vuole assolutamente ricostruire l’inferno attraverso cui Rosa è passata, per incatenarne per sempre i diavoli che hanno ridotto in fin di vita una bambina innocente. Archibugi, stringendo la materia emotiva come un boa costrictor, racconta fabulisticamente la magia di un’adolescente che vede senza mai vederlo un mondo circostante di depravazione maschile e femminile, offrendosi agli squali come fossero innocui delfini, perché i suoi occhi non sanno pesare e giudicare il male, che invece la piccola tende ad avvolgere nella sua magia stregonesca e ammaliatrice, per cui gli stessi predatori prendono spavento, perché una vergine dalle loro parti non può che portare disgrazie.

In questo clima terreo (che però non lo è mai fino in fondo) regia e autori innestano, come un arancio sull’albero di ricina della drammatica storia di Rosa, la Lavincentiis (una simpaticissima Francesca Reggiani), ricca madre romana di Susanna, scrittrice e donna coltissima, che suggerisce di coltivare la collina del disonore sulla quale è costretto a salire suo malgrado l’innocente genero Mangiaboschi, per farne un bestseller venduto a decine di migliaia di copie. Tranquilli: il finale ci regala una gran bella soddisfazione, anche se rimane indelebile l’impressione che l’umanità faccia veramente schifo! La tratta delle minori, harem per i ricchi e potenti che le usano come Stücke usa e getta, è però declinato con grande sofferenza ed eleganza al tempo stesso, perché la bellezza della grazia manco il Diavolo se la può rubare.

Voto: 9,2/10


di Maurizio Bonanni