Coco Chanel nell’interpretazione di Patrizia Bellucci

giovedì 7 maggio 2026


In questa intervista per L’Opinione, l’attrice Patrizia Bellucci racconta il profondo lavoro di ricerca e introspezione necessario per portare in scena Gabrielle Chanel, in arte Coco. Lo spettacolo esplora le zone d’ombra, le ferite e l’incredibile resilienza di un’icona che ha trasformato il proprio dolore in uno stile intramontabile.

Interpretare un’icona monumentale come Coco Chanel può essere tanto affascinante quanto spaventoso. Qual è stata la tua prima reazione quando ti sei accostata a questa icona e come hai evitato il rischio di cadere nella semplice celebrazione del mito?

​Sicuramente c’era il rischio di restare in superficie, di limitarsi a rappresentare l’icona. La mia prima reazione è stata di rispetto silenzioso verso questo personaggio. Ho sentito il bisogno di togliere più che di aggiungere, di non imitare ma di cercare la donna dietro il mito. Per evitare la celebrazione ho lavorato molto sulle crepe, sulle contraddizioni e sulle zone d’ombra; è lì che Gabrielle riesce a emergere vera, viva e sorprendentemente vicina a noi.

La vita di Gabrielle è stata fatta di estremi, proprio come i colori simbolo del suo stile, il bianco e il nero. Come sei riuscita a far coesistere sulla scena la durezza dei suoi modi burberi con la profonda fragilità della sua sfera privata?

​Il bianco e il nero non sono soltanto colori, ma rappresentano degli stati d’animo. La durezza di Gabrielle non è mai gratuita, è soprattutto una corazza. La sua fragilità non è debolezza, ma una ferita sempre aperta. Il lavoro è stato proprio quello di far convivere queste due facce: una battuta tagliente può nascere da una paura e un momento di tenerezza può essere subito negato; è proprio questo continuo oscillare che la rende così umana.

Tutto ha inizio dal trauma dell’abbandono in orfanotrofio a 12 anni dove impara a cucire. Quanto pesa quell’infanzia ferita nel determinare la resilienza e la rabbia creativa che la porteranno a dire “mi sono servita del mio talento come di un esplosivo”?

​L’orfanotrofio è una radice profondissima; non è solo un ricordo ma un marchio, una matrice emotiva molto forte. L’abbandono, la disciplina e il silenzio costruiscono la sua resilienza, ma anche una rabbia sotterranea. Questa sua famosa frase rende bene l’energia che scaturisce in lei come una necessità di sopravvivenza. Ha usato la creatività per riscattarsi da quel vuoto iniziale, trasformando il peso di quell'infanzia in una forza d'urto che ha scardinato i canoni dell’epoca.

Quanto ha influito l’esperienza dell’orfanotrofio cattolico e il contatto con le suore nella genesi delle sue creazioni e del suo stile così distintivo?

​È la radice estetica e spirituale di tutto il suo lavoro. È lì, tra le mura del convento, che Gabrielle assorbe quell’austerità che diventerà la sua firma. Le suore le hanno insegnato non solo l’arte del cucito, ma anche il valore del rigore. Il bianco e il nero delle loro vesti, la semplicità delle linee monacali e l’ordine quasi sacro degli ambienti sono diventati gli elementi cardine del suo stile. Ha trasformato l’uniforme della povertà nell’uniforme dell’eleganza mondiale.

Parliamo dei suoi amori. Sappiamo che la vita di Gabrielle è stata costellata di passaggi sentimentali intensi ma segnati da profonde solitudini e dalla tragica perdita di Arthur Boy Capel. Come risuona sulla scena questo contrasto tra il bisogno viscerale d’amore e l’apparente cinismo con cui Chanel si proteggeva?

​Diciamo che l’amore per questo personaggio è insieme rifugio e pericolo. La figura di Boy Capel è centrale perché rappresenta l’unico momento in cui lei sembra davvero abbassare la guardia ed è proprio per questo che la perdita diventa una frattura irreparabile. In scena questo contrasto è molto forte: il bisogno d’amore è viscerale, quasi infantile, mentre il cinismo è un meccanismo di difesa. Nel monologo l’amore è entrambe le cose: una ferita che non si rimargina mai, ma anche una spinta creativa molto potente. Coco ha trasformato il dolore in stile, in eleganza e in talento.

Lo spettacolo si sviluppa come un dialogo serrato che lei ha con se stessa riflessa allo specchio. Come hai lavorato su questo sdoppiamento e su queste confessioni così intime?

​Lo specchio è un elemento molto importante e rappresenta un punto fondamentale con cui io mi guardo e mi racconto nei momenti più intimi. Non l’ho mai vissuto come un semplice riflesso ma come un vero interlocutore: a volte giudice, a volte nemico, a volte ricordo nostalgico del passato. Ho lavorato molto sulle variazioni, gli sguardi, il tempo della parola e il silenzio. È uno sdoppiamento in cui vediamo le due Gabrielle, Coco e Gabrielle, che si inseguono e si contraddicono.

Oggi, in un’epoca dominata dal consumo rapido e dall’apparire, quale credi sia l’insegnamento più rivoluzionario e attuale che questo spettacolo può trasmettere al pubblico?

​Credo che l’insegnamento più attuale che questa icona ci lasci sia il coraggio di essere radicali. Coco non seguiva il gusto del tempo, lo metteva in discussione. In un mondo dove tutto è omologato, il suo messaggio è forte: non creare per piacere, ma creare per cambiare. Bisogna avere sempre uno sguardo personale anche a costo di essere controcorrente.

Se potessi incontrare Gabrielle per un solo istante nel camerino, cosa vorresti dirle o chiederle?

​Un monologo così intimo è sempre un viaggio di andata e ritorno per un’attrice. Credo che le direi semplicemente: “Sei stata davvero felice almeno una volta?”. Chissà se risponderebbe, però basterebbe magari guardarla negli occhi per capire.

Citi anche nello spettacolo il fatto che lei si era accostata a figure del nazismo in quel periodo?

​Sì, è un periodo della sua vita turbolento e oscuro, legato all’affetto profondo che aveva per il nipote. Quando il ragazzo fu catturato dai nazisti, lei cercò in tutti i modi di salvarlo e si avvicinò a una figura discussa del regime con cui ebbe una relazione. Questo salvò suo nipote, ma portò l’icona a essere condannata e a pagare le conseguenze con l’esilio in Svizzera per molti anni, prima di riuscire a riscattarsi e tornare alla ribalta.

Per concludere, cosa ti ha lasciato questo personaggio e cosa senti di portarti dietro di lei oggi?

​La preparazione di questo spettacolo è stata un viaggio molto profondo. Mi ha lasciato la consapevolezza che la forza e la fragilità non sono opposte ma convivono. In scena e fuori sento di portarmi dietro proprio questo: la possibilità di non nascondere le crepe ma di attraversarle.

Grazie a Patrizia Bellucci in scena al teatro Vittoria di Roma dal 7 al 10 maggio. In bocca al lupo Patrizia.


di Francesca Marti