“Yellow Letters”: silenzio: si licenzia!

mercoledì 22 aprile 2026


Che cosa può contenere un cestino di vimini? Un serpente dal veleno mortale e un copione, come talvolta accade. Il primo ha sempre i colori inquietanti di chi si nasconde nel bosco e striscia silente fino alla sua preda. Il secondo, invece, è il prodotto di una creatività che spesso trascende il senso e si dirige diritta verso una verità assoluta, tale da condurre alla perdizione il suo autore. Il tutto, lo si capisce meglio vedendo il bel film Yellow Letters (Orso d’Oro alla Berlinale del 2026 e in uscita nelle sale italiane dal 30 aprile, distribuito dalla Lucky Red) del regista turco Ilker Çatak, che costruisce una potente impalcatura priva di retorica sulle nefaste conseguenze della censura di Stato (turco, in particolare), di cui l’era staliniana fu il prototipo nella storia moderna. E poiché, per l’appunto, non si può parlare della distopia della censura all’interno del regime che la pratica, ecco confezionato l’algoritmo che aggira l’ostacolo, con una sorta di parallelo filmico di un’applicazione fisico-matematica che trasporta biunivocamente uno spazio in un altro similare.

Nel senso che un punto di partenza corrisponde a un solo altro in arrivo e, viceversa, da quest’ultimo un’applicazione inversa univoca (non ne può esistere un’altra) lo fa ritornare dov’era all’origine. In pratica, l’applicazione della regia fa sì che Berlino e Amburgo “interpretino” Ankara e Istanbul, perché nello spazio d’origine all’interno del regime turco non è possibile girare un film libero sulla censura di Stato. Anche stavolta, come accade molto spesso nelle pièce teatrali in cui l’argomento o il soggetto è il teatro stesso, si costruisce un set di complessità “due” con una macchina da presa che osserva un’altra postazione che riprende le scene di una fiction, cui partecipano attori che già sono tra gli interpreti del film principale. E questo è vero anche se lo spazio incapsulato in quello principale è un palcoscenico teatrale, con cui ha inizio il film.

Lei, Derya (una straordinaria Özgü Namal, con una prestazione da Oscar) è un’attrice teatrale turca di grande successo, che interpreta opere impegnate socialmente (sul modello de “il teatro che fa la storia”) scritte da suo marito, Aziz (Tansu Biçer), drammaturgo e docente universitario. Al termine della rappresentazione, come posseduta dal demone della sua hubris, Derya solca le folle plaudenti come farebbe un aratro che rivolta il terreno, chiudendosi in camerino e rifiutandosi di farsi fotografare accanto al prefetto della provincia, un potente e ascoltato autocrate del regime. Atto irrispettoso che costerà ai due coniugi la chiusura dello spettacolo e il licenziamento della prima attrice. Il tutto, ovviamente, corredato da molti eventi al contorno, che descriveranno il confronto drammatico tra gli attori della compagnia e la dirigenza artistica, all’interno di un quadro sociale di proteste, soprattutto di giovani studenti e intellettuali, contro le operazioni militari del regime oltre il confine turco.

Stessa sorte (ovvero, una lettera gialla di licenziamento) toccherà ad Aziz e ad altri docenti impegnati come lui, che verranno trascinati in giudizio per attività sovversive e puntualmente condannati, con i soliti giudizi pilotati di corti asservite alle volontà politiche del regime. E quando un barile rotola a valle, tutto ciò che contiene subisce la stessa sorte, come quello di una figlia (unica) adolescente Ezgi (Leyla Smyrna Cabas) e amatissima, con uno splendido rapporto con sua madre e un altro molto più distanziato con suo padre. Conflitto intergenerazionale che raggiungerà il suo punto di rottura quando i suoi genitori senza lavoro e denaro saranno costretti a spostarsi da Ankara a Istanbul, ospiti della nonna paterna.

Ed è lì che il rapporto tra Derya e Aziz subisce un progressivo logoramento, stretto nella morsa della necessità di guadagnare abbastanza denaro per mandare Ezgi a una scuola privata, cosa che spinge Aziz ad accettare dal cognato una raccomandazione per fare il tassista, lavorando al turno di notte. Ma, a dividere progressivamente la coppia artistica entra in campo l’ideologia e l’ortodossia al messaggio rivoluzionario che passa per il teatro, i suoi attori e autori. Così, la divergenza porta Aziz verso l’arte d’impegno, mentre Derya declina progressivamente il suo compromesso con il potere, finendo per accettare l’ingaggio con una rete nazionale governativa, dopo aver cancellato le tracce del suo passato impegnato. Del resto, l’esercizio di realtà la obbliga a contare soltanto su sé stessa, agendo su più piani in contemporanea: la mediazione tra la nonna e la nipote; la difficile situazione familiare, con un fratello bigotto e dispotico, che non crea ponti per lenire la situazione economica della sorella; l’impossibilità di tenere dietro emotivamente al teatro impegnato ma povero di Aziz, autore e regista di un suo dramma sullo strapotere delle forze di sicurezza del regime. Il finale, però, sorprende.

Voto: 8,5/10


di Maurizio Bonanni