sabato 18 aprile 2026
Una lettura critica del manifesto di Tommaso Romano
Il Mosaicosmo, Manifesto per un nuovo umanesimo cosmico, di Tommaso Romano si presenta come una visione nitida e ambiziosa. Non è un trattato sistematico né un programma politico, ma una “visione”: il cosmo come mosaico vivente in cui ogni essere umano è tessera irripetibile, insostituibile, portatrice di una luce propria. Pubblicato su culturelite.com (social magazine di informazione culturale a contenuto redazionale, con sezioni tematiche che spaziano da arte, spettacolo e letteratura a riflessioni politiche, sociali e filosofiche), il testo si articola in un proemio, cinque sezioni tematiche e un epilogo che culmina in una “scommessa” sull’uomo. Il linguaggio è denso di immagini, ritmi e richiami biblici, e invita a una lettura che va oltre l’analisi razionale per toccare il registro della contemplazione. La forza più evidente del manifesto risiede nella sua dimensione poetica. Romano non argomenta soltanto ma evoca elevando il testo al di sopra di molti manifesti contemporanei, spesso semplicemente ideologici, restituendo un umanesimo carico di forza immaginativa tanto che si può dire che è fondamentalmente un invito alla meraviglia e un richiamo al sacro che abita il quotidiano.
Romano costruisce sulla metafora del Mosaicosmo con coerenza e con una certa eleganza stilistica evitando il tecnicismo accademico e al contempo puntando a una comunicabilità ampia, rifuggendo da una facile e spesso da altri praticata oscurità del gergo specialistico. Originale è il tentativo di rinnovare l’umanesimo classico integrandolo con la coscienza cosmica contemporanea. È un “nuovo umanesimo” che dialoga con la rivoluzione digitale, la crisi e l’intelligenza artificiale. Proprio per questo il filosofo colloca la persona al centro del creato per cui scienza e umanesimo diventano le due mani con cui l’uomo conosce il reale. Particolarmente innovativa è la trattazione dell’Ia, sottoposta a tre criteri antropologici precisi: deve servire la persona, essere governata da una visione dell’uomo e non sostituire relazione, cura e responsabilità morale. Altrettanto significativa è l’integrazione esplicita della libertà d’impresa e della libertà artistica come dimensioni cosmiche della vocazione umana.
Il manifesto difende con radicalità la dignità ontologica della persona contro ogni riduzione algoritmica, collettivista o utilitarista. La libertà è affermata come vocazione cosmica, non privilegio negoziabile, e si declina in ambiti concreti, economico, artistico, politico, con un equilibrio che rifiuta tanto lo statalismo soffocante e il dirigismo economico quanto il libertarismo selvaggio. Particolarmente convincente è il rifiuto dello scientismo e del tecnicismo: la tecnica è potere e, come ogni potere, richiede saggezza e limitazione. L’epilogo, con la sua scommessa sull’uomo, trasmette un ottimismo responsabile, ancorato alla fede nell’incarnazione e nella resurrezione, senza cadere nell’utopismo. Il radicamento cristiano poi qui non è residuale ma fondativo, e al contempo aperto al dialogo con altre tradizioni: un universalismo che evita sia il laicismo astratto sia il fondamentalismo, anche se la sua appartenenza dichiarata al Cristianesimo può apparire, a lettori non credenti o di altre fedi, come un particolarismo che limita la portata universale del messaggio perché afferma senza esitazione che la tradizione cristiana offre “le risorse antropologiche più alte” per pensare la persona.
Ma proprio per questo va riconosciuto che le idee centrali, dignità della persona, critica del riduzionismo, alleanza tra fede e ragione, sussidiarietà, sono proprie del pensiero cristiano-occidentale. Esse affondano le radici in una tradizione filosofica che con coerenza Romano rinnova. Infatti Jacques Maritain, nel suo Umanesimo integrale del 1936, aveva già tracciato il progetto di un umanesimo che non si oppone al trascendente ma lo include come sua condizione. Così anche Giovanni Paolo II, pensava la persona come soggetto di libertà e responsabilità cosmica. Riconoscere questa genealogia non sminuisce il Mosaicosmo: lo colloca. Il Mosaicosmo di Tommaso Romano è un testo scritto con passione genuina, animato da una preoccupazione autentica verso l’individuo di cui celebra l'unicità come un dato ontologico primario e inviolabile.
Eppure le assonanze più inattesa del Mosaicosmo non viene dai suoi predecessori dichiarati, ma da testi che la tradizione cristiana ha deliberatamente escluso dal proprio canone: le pagine dei vangeli gnostici di Nag Hammadi (testi che la tradizione cattolica ha escluso dal canone ma che custodiscono una delle speculazioni antropologico-cosmiche più ardite dell'antichità), in cui si trovano vicinanze sorprendenti con la visione di Romano, quando nel Vangelo di Tommaso al versetto 24 i discepoli chiedono a Gesù dove dimora la luce ed egli risponde “c'è luce dentro un uomo e illumina il mondo intero”. Non una luce collettiva, non una luce diffusa uniformemente, ma una luce dentro ciascuno, personale, localizzata, capace di irradiare il cosmo proprio perché appartiene a un singolo punto irripetibile dell'esistenza. Il divino non abita un altrove trascendente ma si trova come scintilla (scintilla dei, dirà secoli dopo Meister Eckhart raccogliendo questo filo) dentro ogni frammento del reale, in ogni tessera del cosmo. Il Vangelo della Verità, attribuito a Valentino, sviluppa poi la tesi che ogni anima porta un nome che solo il Padre conosce, un nome che non è etichetta sociale ma identità ontologica unica e incomunicabile. È esattamente la tessera di Romano: non variante di un tipo, non istanza di una classe, ma un nome che non si duplica. Certo, lo gnosticismo porta con sé una tensione che Romano non condivide, la svalutazione della materia, il dualismo tra il mondo creato e il Dio vero, la salvezza come fuga dal cosmo piuttosto che come sua trasfigurazione. Ma proprio in questo scarto si misura la specificità del Mosaicosmo: Romano raccoglie la scintilla gnostica senza accettarne il pessimismo cosmologico, reimpiantandola in una visione incarnazionista in cui la materia non è prigione ma dimora e il cosmo non è da abbandonare ma da illuminare, tessera per tessera, dall’interno.
Alla luce poi di un’ontologia in cui ogni realtà emerge solo nell’atto dialogico di apertura, risposta e trasformazione reciproca, il Mosaicosmo svetta per la sua capacità di evocare l’unicità di ogni uomo come evento vivo generato dall’incontro cosmico. La sua forza poetica e la difesa radicale della dignità dell’individuo diventano in Romano un’apertura feconda che invita il cosmo intero a rispondersi, rendendo la libertà, la scienza e l’arte dimensioni di un dialogo universale che co-crea identità senza ridurla. Questo ottimismo responsabile, ancorato ma aperto, trasforma la visione in un autentico atto di responsabilità: celebra l’irripetibile senza chiuderlo, chiama alla meraviglia e lascia lo spazio perché ogni lettore, modificato dall’incontro, possa a sua volta rispondere con la propria luce.
di Antonino Sala