martedì 7 aprile 2026
La manutenzione straordinaria iniziata lo scorso 1° febbraio che ha restaurato il Giudizio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina, ha riportato l’antica luce del Cinquecento sugli affreschi michelangioleschi ordinati da Papa Clemente VII nel 1536. La restaurata cromia vivida del complesso figurativo che si staglia sulla parete dietro l’altare, dove v’erano in passato gli affreschi del Perugino, riappare in tutta la sua maestosità celeste.
I corpi riacquistano la “mortale possanza”, i nervi contraggono più intensamente i muscoli e il peso delle scelte grava come un macigno sui volti umani.
Al centro della scena del Giudizio Universale, si fa spazio però un’unica figura, che sovrasta imponente le masse di dannati e salvati, mentre è ammirato dallo spettatore nel suo torcersi misurato verso sinistra, sollevando via il braccio destro in segno di ribrezzo verso i dannati.
L’immagine che Michelangelo ha ritratto doveva corrispondere al nucleo tematico di Cristo giudice che ascende insieme alla Vergine per giudicare i vivi e i morti, secondo quanto voleva la committenza papale.
Ma quella rappresentata da Michelangelo nella Sistina non è una tradizionale parusia, cioè l’ascesa di Cristo giudice al potere per la fine del mondo. Il cambio di iconografia qui è notevole, tale da intaccare addirittura la formula iconologica ecclesiastica.
Cristo non siede sul trono, non è un re intronato e scettrato di potestas iudicativa, bensì è semi-eretto in piedi e colto in leggero movimento, quasi come se Michelangelo volesse tentare di esprimere tutta la poligona potenza e solennità dell’istante nella fruizione completa della visione divina. É a questo che dobbiamo la perseveranza stilistica dell’oggetto roteante dei corpi nella pittura michelangiolesca, soprattutto quella più matura.
Il Vasari nelle sue Vite così commenta la figura del Cristo: “Evvi Cristo il quale sedendo con la faccia orribile e fiera ai dannati si volge maledicendoli”. All’autore della Vita di Michelangelo Buonarroti pare tuttavia che il protagonista del Giudizio sia seduto. Si tratta perlopiù di una parvenza per convenzione narrativa, per giustificare il trono mancante.
Cristo iudex non agisce qui in giudizio ma reagisce in imperio. La statura del corpo del Re dei Giudei ricorda la statuaria romana degli imperatori. Un indice per parcere subiectos fideles e una mano per debellare superbos. È questa la breve parentesi temporale in cui si svolge il dinamismo spaziale di Cristo. Ed è questo sempre il codice descrittivo di un Dio che comanda non sul mondo, come quello arcaico bizantino, ma che comanda nel mondo, quale uomo tra gli uomini suoi pari e ultimi commensali.
C’è però un’altra domanda che vincola l’occhio del fedele e pellegrino reduce a Roma dalla Terra Santa. L’insolita estensione spaziale del corpo di Cristo che sembra assimilarlo alla figura del Redentore. È un Cristo che sta risorgendo la prima impressione che veicola la sua rappresentazione.
L’interferenza tematica tra il Cristo giudice e il redentore fa prevalere l’idea semantica generale di una “resurrezione” tra i vivi e i morti. La contaminazione tra soggetto biblico apocalittico e soggetto pasquale, non era certo la prima volta che avveniva negli anni ’30 del Cinquecento. Michelangelo l’aveva assorbita dalla pittura fiamminga e l’aveva qui rielaborata con la tecnica della velatura semantica.
È la Resurrezione il vero velo che copre il Cristo del Giudizio Universale di Michelangelo. Il segno iconografico parustico confonde il disegno grafico della Pasqua cristiana.
Uno dei motivi che avrebbe spinto il genio michelangiolesco a svolgere quest’operazione di contaminazione tematica, può essere ravvisato nel bisogno di dare degno sostituto all’affresco del Perugino, ponendosi come spirito libero dell’arte.
Cristo mostra ancora le ferite della crocifissione sul costato, quasi fosse ritratto nel momento del suo risorgimento dal sepolcro. Quelle ferite costituiscono sul piano formale della lettura scenica dell’opera, non altro che simboli intertestuali alla Resurrezione.
La crasi semiotica che così viene a crearsi nell’immaginario pubblico, è quella di Resurrezione Universale, laddove il giudizio non è più di un Cristo mortificatore medievale o severo accusatore della pietas umana. È invece un Cristo dalle nuove vesti più sottili, meno pesanti, più drappeggiate dall’umanesimo cui Michelangelo tanto dovette per la sua arte rivoluzionaria.
Con un Giudizio così mutato, il messaggio del maestro del Rinascimento era chiaro, come lo sarebbe anche a chi adesso lo guarda: niente finisce davvero, laddove è la fede umana che salva davvero i destini dal buio della morte.
di Mauro Di Ruvo