“...Che Dio perdona a tutti”: troppo dolce

venerdì 3 aprile 2026


A proposito di censura: in tutte le sale in cui è programmata la proiezione del nuovo film di Pif (Pierfrancesco Diliberto) …Che Dio perdona a tutti (distribuito da ieri da Piperfilm) dovrebbe essere severamente proibito l’accesso a diabetici e celiaci! E sì, perché l’ossessione per i dolci del protagonista, un tenero immobiliarista agnostico, contagia persino Papa Francesco (Carlos Hipólito), che troviamo coinvolto come fantasmatico confessore di Arturo per tutta la durata del film. Solo alla fine, il Papa abbandonerà il confessionale per trasferirsi in “pasticceria”! Ma, nel film, oltre le due passioni viscerali di Arturo (nell’ordine, dolci e calcetto, per cui è preparatissimo nel primo caso, e schiappa tremenda nel secondo, come portiere di risulta), c’è una semiseria considerazione sul significato da dare al termine di “buon cristiano osservante” nella materialissima e a-valoriale società contemporanea. E già: si può essere Cristo in croce in una processione pasquale, quando si ignora l’alfabeto minimale del più importante dei riti cristiani? Allora, dopo lo scontato, scandaloso insuccesso di un Cristo che in una stazione della Via Crucis dà delle “puttane” alle pie donne, non resta che l’auto-rogo simbolico, che nel caso di Arturo coincide con l’ingestione di 35 paste ipercaloriche. Per cui l’intenso picco glicemico provoca visioni da allucinazione, con il materializzarsi nella stanza della grande buffe della veste bianca del Papa, che gli lascia sul tavolo un vangelo nuovo di zecca per acculturarsi sulla passione di Cristo. Ovviamente, in questo passaggio dall’agnostico al praticante ortodosso che, senza se né ma, applica alla lettera la parola del Messia, c’è la necessità di un mediatore simbolico e altrettanto carnale: l’incontro con il suo grandissimo amore, Flora (una strasimpatica e brava Giusy Buscemi), che non solo è bellissima ma è anche pasticcera provetta e tanto, ma tanto beghina, che però non disdegna (per fortuna di Arturo) il sesso prematrimoniale.

Già: ma si fa o non si fa, a norma della dottrina cattolica? E qui, la discussione tra il protagonista e il Papa è esilarante, quanto teologicamente fondata: per cui ciò che conta è l’amore vero davanti a Dio tra nubendi! Ma, altre massime para-francescane (nel senso che potrebbe benissimo averle dette, e in parte è così, lo stesso Papa Francesco) sono altrettanto profonde e dottrinalmente fondate. Siccome però shakespearianamente The Time is out of joint, allora bisogna tentare di rimetterlo disperatamente in asse per poter sopravvivere: perché, poi, Arturo senza Flora semplicemente non può esistere (fortunatamente ricambiato anche dalla sua amata: il che non sempre è scontato). Così, da agnostico neutrale il nostro goloso passa alla versione hard-cath, da cattolico cioè duro e puro, andando molto oltre il beghinismo social-conformista di Flora, in quanto si industria goffamente ad applicare alla lettera i passaggi del Vangelo di cui, in pratica, Arturo ha mandato a memoria i principali messaggi. Già, ma indovinate poi che succede? È un po’ come dare l’assalto al castello dell’ipocrisia, dove il cerone tiene unite le facce, impedendo agli altri di vedere le rughe profonde del peccato. Perché, tanto, non è poi vero “che Dio perdona tutti”, come dice il titolo del film? Dio, forse, ma non Arturo che, poverino, lui ragiona con i piedi per terra e dice pane al pane e vino al vino. Solo che, ahimè, il più delle volte la sincerità è un arma propria: uccide. Ferisce a morte le relazioni più durature e, nel mondo degli affari, è come la peste in casa di poveri: non c’è modo di conviverci. Infatti, nel regno del profitto esistono solo coatti immuni alla peste della sincerità: non si può essere dei puri se si è un agente immobiliare, perché ogni casa da vendere ha la sua bella crepa, evidente o nascosta.

Figuriamoci come può essere coerente con la fede cristiana l’animo umano, così (felicemente) permeabile al peccato, dove convivono, come cantava Fabrizio de Andrè “l’amore sacro e l’amor profano”: chiesa e politici in odor di mafia, ma devoti alla Madonna; fedifraghi conclamati, rigorosamente a messa la domenica sottobraccio alla moglie legittima (ma è assolutamente vero il viceversa, per parità di genere!). Così anche l’applicazione letterale della generosità cristiana si trasforma nel paradosso di una sola tovaglia per due altari: per coprire l’uno si deve inevitabilmente scoprire l’altro. Se hai un solo vestito da cerimonia, non puoi donarlo come un qualunque San Francesco, perché poi sarai costretto a non partecipare alla festa della quale sei l’ospite d’onore. Né donare cibo in precedenza destinato ad altri, che ne rimarranno senza. Allora, come se ne viene fuori? Con il buon senso (cristian-popolare) di Papa Francesco, come volevasi dimostrare. Suggerimento per Pif: che cosa sarebbe accaduto se l’uomo tutto vestito di bianco avesse avuto l’accento tedesco?

Voto: 7/10


di Maurizio Bonanni