giovedì 2 aprile 2026
Portobello di Marco Bellocchio è la straordinaria rappresentazione di una macchinazione sconcertante. Lo strazio della tragica vicenda giudiziaria di Enzo Tortora (interpretato da un magnifico Fabrizio Gifuni) è mostrato con una messa in scena esemplare di rara maestria. La narrazione televisiva italo-francese in 6 puntate, in onda dal 20 febbraio al 27 marzo, è la prima serie originale italiana della piattaforma Hbo Max. Basata sul libro del 2016 Lettere a Francesca di Tortora (Pacini Editore), scritta dal regista insieme a Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore, è prodotta da Lorenzo Mieli, Mario Gianani e Simone Gattoni per Our Films, Kavac Film, Hbo Max, Arte, The Apartment, Rai Fiction. La première si è tenuta all’82ª Mostra di Venezia 2025, dove sono state mostrate le prime due puntate della miniserie. La storia si concentra sull’arresto del conduttore del celebre programma televisivo Portobello, accusato di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico. Il giornalista, non facendo parte della Chiesa cattolica e di quella comunista e rivendicando fieramente il proprio credo liberale, come dimostra la sua parabola kafkiana, è sempre stato percepito come un intellettuale popolare eppure indigesto al potere. Tortora, in quegli anni, raggiunge il tetto dei 28 milioni di telespettatori. Un autentico fenomeno di costume che ipnotizza letteralmente l’intero Paese: dai salotti buoni alle famiglie proletarie, dai conventi di suore e celle del carcere.

Non a caso, tra i suoi fan più fedeli figura anche un detenuto camorrista, Giovanni Pandico (un mefistofelico Lino Musella) detto lo Scribacchino perché redige le lettere di Raffaele Cutolo, il boss della Nuova camorra organizzata rinchiuso come lui a Poggioreale. Pandico scrive a Tortora, in maniera ossessiva. Gli invia, attraverso il compagno di cella Domenico Barbaro (Alessio Praticò), dei centrini da mettere all’asta nel corso del programma tivù. Quando Pandico si dissocia dall’attività camorristica punta il dito contro Tortora, accusandolo vigliaccamente di essere l’artefice di un traffico internazionale di droga. Prende il via così, il 17 giugno 1983 l’odissea giudiziaria di Enzo Tortora. Dopo sette mesi di reclusione in carcere, due dei quali trascorsi a Reggina Coeli a Roma e cinque nel carcere di via Gleno, a Bergamo, il 18 gennaio 1984 viene posto agli arresti domiciliari per ragioni di salute. Il 17 settembre 1985 i due pubblici ministeri del processo, Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, ottengono la sua condanna a dieci anni di carcere. L’innocenza di Tortora viene riconosciuta il 15 settembre 1986, quando viene assolto dalla Corte d’appello di Napoli, con sentenza confermata dalla Corte di Cassazione il 13 giugno 1987. Frattanto, il giornalista viene eletto europarlamentare del Partito radicale di Marco Pannella, di cui diventa anche presidente. Con Portobello, Marco Bellocchio racconta una vicenda che mette in crisi la coscienza degli italiani attraverso una ricostruzione metaforica, che dà ampiamente credito a elementi onirici. Il “caso Tortora” è indubbiamente un affare grottesco, in bilico permanente tra analisi sociale e critica politica. Fabrizio Gifuni, dando il volto a Enzo Tortora, offre una prova misurata e sofferta, di assoluto rigore, scevra da ogni deriva caricaturale del personaggio. Altrettanto memorabile è l’interpretazione dell’antagonista sullo schermo, il fenomenale Lino Musella, che si cimenta nel ruolo del mellifluo Giovanni Pandico. L’unico vezzo di cui lo spettatore della miniserie avrebbe fatto volentieri a meno è un certo gusto per un simbolismo un po’ datato caro a Bellocchio. Il peccato veniale di un grande maestro.
di Andrea Di Falco