venerdì 27 marzo 2026
Quando insegnavo Sociologia delle forme espressive (Sociologia dell’arte) alla Scuola di Perfezionamento in Sociologia e Ricerca Sociale, Facoltà di Statistica alla “Sapienza” di Roma, mi accadeva una fenomenologia, per così dire, piuttosto originale. L’arte in un territorio statistico è proprio inconsueta e del tutto inconsueti erano i colleghi, i quali, per il massimo numero, mi consideravano estraneo al loro mondo, anche se poi in realtà furono altamente collaborativi. Ma il problema era interno alla disciplina: che significa Sociologia dell’arte?
È una questione da precisare. In linea di massima, Sociologia dell’arte è l’indagine del rapporto tra l’arte e la società. Significa che se, poniamo, la realtà è quella antica, degli eroi, dei sovrani, delle religioni, delle guerre personali, i personaggi attingono a quella realtà; per rendersi interni agli eventi suscitano il poema, non il romanzo, giacché il poema, con la sua cadenza musicale solenne, è appropriato all’eroismo, ai sovrani, ai sacerdoti, agli dei. Quando gli ‘eroi’ sono commercianti, industriali, operai, poveracci, il poema crolla, diventa improprio, quindi una forma di espressione è legata ad un determinato assetto sociale.
Questo per semplificare che cos’è Sociologia dell’arte: forma, contenuto, epoca, ripeto, semplifico totalmente. Questa considerazione nasce da una casualità. Ascolto delle incisioni di operette e mi rendo conto che l’operetta è sparita dalla società odierna, mentre dominava il panorama musicale alcuni decenni passati. Come mai?
Quando ero bambino, a Messina, anni Cinquanta, venne ad apertura un teatro estivo, il “Moderno”, io venivo condotto da amici familiari in un balcone, da dove si scorgevano e si udivano le operette che venivano rappresentate. E ne vidi e ne ascoltai decine. Ora, nelle registrazioni trovate in vecchi compact disc, ritrovo brani che allora ascoltavo direttamente: “Il paese dei campanelli”, “Acqua cheta”, “Paganini”, “La vedova allegra”, “La principessa della czarda” e quant’altro. Soprattutto ancora, riascolto la voce assolutamente indimenticabile di Romana Righetti.
È incredibile che possa venire trascurata o dimenticata una voce come quella di Romana Righetti, suppongo abbia dei cultori, anche se non appariscenti, aveva la più bella voce che io abbia ascoltato, e ne ho ascoltate infinitamente. Non era un soprano lirico, non aveva acutizzazioni estreme, non sottilissime vocalizzazioni e tuttavia una voce così spontanea, rotonda, consistente che colmava totalmente ciò che doveva esprimere. Dava la naturalezza dell’emissione, così rifinita che non si immaginava la possibilità di un’altra interpretazione. Ad esempio, in “La principessa della czarda”, di Emmerich Kálmán, vi è una breve arietta che strabilia per la semplicità rifinitissima. Nessuna forzatura, nessuna aggiunta. Semplice e perfetta, da riascoltare, riascoltare, riascoltare, per questa cadenza semplice e definitiva. Le fa da corona Franco Arioli, un tenore dall’emissione gettata, che fuoriesce libera, vibrante.
Ma vengo alla parte sociologica. Perché è tramontata l’operetta? Perché è tramontata la borghesia. La vera borghesia, quella che ancora manteneva il rapporto con l’arte, che era una forma secondaria di mecenatismo, ma soprattutto di godimento della vita. Non era soltanto affarismo, ma gusto dell’esistenza, bei locali, la corte alle primedonne, eleganza. Tutto finito. L’operetta rappresenta alla perfezione quel mondo, senza tragedia come l’opera, ma gradevole, in fondo ottimistica. E non era un esempio di “filisteo colto” come diceva Nietzsche. Nietzsche si riferiva alla amputazione che vi si faceva alla tragicità della vita, ma non negava questo tipo di arte piacevole, anzi a Torino la frequentava assiduamente.
Disgraziatamente, ripeto, l’operetta è scomparsa e con l’operetta è scomparsa, o almeno nascosta, invisibile, una sterminata possibilità di vivere. Sicché, un consiglio. Se si vuole attingere alla gioia di vivere, anzi meglio al piacere di vivere, ascoltiamo l’operetta e se poi si vuole gioire con moderazione, ascoltiamo Romana Righetti.
di Antonio Saccà