Cinema, il ritorno di “Barry Lyndon” di Kubrick

martedì 17 marzo 2026


Ieri, oggi e domani torna, per tre giorni, un capolavoro assoluto della storia del cinema. A cinquantuno anni dalla sua prima uscita Barry Lyndon di Stanley Kubrick approda nuovamente in sala, distribuito da Lucky Red. Tratto dal romanzo di William Makepeace Thackeray, il film è pronto per conquistare nuovamente il pubblico e a riportarlo nel cuore del XVIII secolo. Il film, che nel 1975 ottiene uno straordinario successo di critica e pubblico, arriva oggi nella versione restaurata in 4K, capace di esaltare ancora di più la fotografia e la ricchezza visiva che lo hanno reso celebre. Un capolavoro di luci, costumi, trucco e scenografia, l’opera vince quattro Premi Oscar: Migliore fotografia a John Alcott; Migliore scenografia a Ken Adam, Roy Walker e Vernon Dixon; Migliori costumi a Ulla-Britt Soderlund e Milena Canonero; Miglior colonna sonora a Leonard Rosenman. Interpretato da Ryan O’Neal e Marisa Berenson, il film racconta l’ascesa e la caduta di un giovane irlandese nell’Europa del Settecento, in un affresco storico di rara bellezza, straordinaria eleganza visiva e profonda intensità narrativa. Come può nel XVIII secolo un ragazzotto irlandese senz’arte né parte diventare membro dell’aristocrazia inglese? Per Barry Lyndon (Ryan O’Neal) il mezzo c’è: usare tutti i mezzi. Barry è di volta in volta insistente corteggiatore, duellante, vagabondo, soldato durante la Guerra dei sette anni, libertino, spia, baro.

E, nella sontuosa interpretazione del romanzo di William Makepeace Thackeray, ogni ruolo è un passo avanti nell’arrampicata al lusso e al privilegio. Come scrive nel 2002 il critico Enrico Ghezzi, nella monografia dedicata a Stanley Kubrick, edita da Il Castoro, “dopo la vaga utopia mètastorica (o storia di qualcosa che non sarà più uomo) di 2001 Odissea nello spazio, dopo la disperata sarabanda di vitalità spettacolare di Arancia meccanica, dopo aver mostrato i segreti agghiaccianti delle avventure dell’occhio, Stanley Kubrick affronta la storia a partire dalla camera rococò di 2001, precipitando il pubblico in una nuova avventura visiva”. Nel 2009, il compianto critico americano Roger Ebert scrive: “Il film ha l’arroganza del genio. Non importa il budget o il perfezionismo tecnico. Quanti registi avrebbero avuto la stessa confidenza che riesce ad avere Kubrick nel prendere una storia quasi irrilevante di ascesa caduta di un uomo e realizzare un’opera in uno stile che ci impone di cambiare atteggiamento verso quel personaggio?”.


di Eugenio De Bartolis