martedì 17 marzo 2026
Formidabile quell’anno. Nel 1776 Adam Smith pubblicava La ricchezza delle nazioni, Edward Gibbon il primo volume della Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano e Thomas Jefferson scriveva la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti. Sono pochi i libri che davvero fanno la storia: i più, se va bene, accendono l’entusiasmo di una generazione, lasciano qualche ritornello ai loro lettori, diventano magari simboli di qualcos’altro e quando questo qualcos’altro, com’è inevitabile, si appanna, si spengono nella memoria. Smith e Gibbon sono due eccezioni.
L’Istituto Bruno Leoni da anni dedica un certo impegno a stimolare una lettura critica del libro di Smith. Ne parliamo nelle lezioni di Ibl nelle scuole, abbiamo organizzato un corso on line specificamente su Smith, tradotto in italiano l’utilissima guida alla Ricchezza delle nazioni di Maria Pia Paganelli e l’efficacissima sintesi che ne ha fatto Eamonn Butler. Per questo anniversario abbiamo pubblicato un articolo di Dan Klein (che in passato ha parlato di Smith all’Ibl nel 2023 e nel 2024), stiamo organizzando una conferenza a Torino (indegnamente tenuta dal sottoscritto) e soprattutto pubblicando sui social una serie di video, curati da Veronica Cancelliere. Qui trovate il primo, che a me sembra efficacissimo.
Ci muove solo il gusto per qualche vecchio libro o, peggio, il desiderio fatuo di mostrare un po’ di erudizione?
Ne La Ricchezza delle nazioni ci sono tante, tantissime cose. Anche alcune che non hanno retto alla prova del tempo: vengono di lì almeno quattro idee diverse su cosa sia il “capitale”, che saranno corrette alla fine dell’Ottocento. Ma c’è anche il nocciolo del ragionare economico, il segreto, se volete, per vedere in modo più chiaro, e meno gravato da pregiudizi, il mondo. Smith lo dice sin da principio: “Sembra che il grandissimo progresso della capacità produttiva del lavoro e la maggiore abilità, destrezza e avvedutezza con le quali esso è ovunque diretto o impiegato siano stati effetti della divisione del lavoro”.
Impariamo a guardare al modo in cui gli esseri umani producono beni, servizi e ricchezza cercando gli incastri della divisione del lavoro. Un processo mai automatico e mai “fissato”, ma in continua evoluzione, che man mano che si fa più complesso e ramificato produce “efficienza” nel senso di un uso migliore delle risorse a nostra disposizione: a cominciare dal lavoro.
Leggere Smith è il grande antidoto alle semplificazioni più tristemente di moda, ancora oggi. Ci insegna a rifuggire dal più banale dei luoghi comuni della politica: che produrre sia una cosa facile, mentre complesso è governare, regolamentare, pensare al bene comune. Semmai è vero il contrario. Chiunque ha una sua idea, più o meno bislacca, di che cosa dovrebbe fare lo Stato, pochissimi hanno la curiosità di interrogarsi su come si riesce a fare uno spillo, o una matita, o un telefono cellulare, e per giunta a farne tanti che al mondo non ce n’è penuria.
Leggiamo e facciamo leggere Smith per nutrire la nostra curiosità. Lo statalismo è anzitutto pigrizia mentale.
(*) Direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni
(**) Tratto da Ibl
di Alberto Mingardi (*)