mercoledì 11 marzo 2026
C’è in giro nelle sale cinematografiche, distribuito da Searchlight Pictures, un film delicato e intelligente, da vedere. Si intitola Rental Family - Nelle vite degli altri è un film del 2025 co-scritto e diretto della regista giapponese Hikari, pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki. Il lungometraggio racconta la storia di Phillip Vandarploeug (Brendan Fraser) un uomo sulla cinquantina, americano, bianco, occidentale, che vive a Tokyo da sette anni facendo l’attore per le pubblicità televisive. Ha avuto molto successo e una certa notorietà impersonando una specie di Superman vestito da banana per prodotti commerciali, poi “dimenticato” e messo da parte dal suo ambiente professionale. Oggi, riottoso ma costretto economicamente per sopravvivere, lavora per una stramba società asiatica. Per l’appunto, la Rental Family, un’agenzia che fornisce attori per impersonare familiari o amici su richiesta. Sebbene l’idea gli sembri assurda, Phillip finisce per diventare il “gaijin di rappresentanza” dell’azienda (lo straniero).
E, nell’ordine, comincia a interpretare: lo sposo di una asiatica lesbica, la quale non ritiene di farlo sapere ai propri anziani genitori cui rifila un bel matrimonio con l’uomo occidentale; il giornalista-scrittore della vita di un ex scrittore pseudo famoso ormai vecchio e burbero solitario scritturato dalla figlia del burbero appunto; il marito e padre americano della mamma asiatica abbandonata con cui ha avuto una deliziosa figlia di nome “Mia”. E così viene fuori il “punto” del film, che la regista, in maniera cronologicamente progressiva mette al centro dell’attenzione dello spettatore. E cioè: in Oriente fingiamo tutto, non ci diciamo la verità, fingiamo persino i nostri sentimenti con l’effetto causale conseguente della perdita totale della fiducia di uno con l’altro. Non ci possiamo fidare tra noi e di noi perché fingiamo, bariamo, ci raccontiamo le balle. Di conseguenza, le nostre vite sono noiose, perché senza fiducia, che è alla base di tutte le nostre emozioni, non abbiamo niente, non ci rimane niente in mano. Meno che mai la vita, una vita. C’è sempre nella vita il legame che abbraccia, lo sguardo che conferma, il sentire che dà l’azione vera, sincera, autentica. C’è sempre la Verità, con la V maiuscola. Solo quella consente la Vita, altra V maiuscola. Le storie si susseguono con le recite delle finzioni, interrotte dal perfezionamento del pagamento del “servizio”. Bello il richiamo alla spiritualità e alla responsabilità verso sé stessi: l’attore protagonista si ritrova davanti uno specchio che gli restituisce la sua immagine, quello che è, cioè la Verità.
di Guia Mocenigo