lunedì 23 febbraio 2026
It’s never over: Jeff Buckley è il ritratto di un cantautore di culto della scena internazionale. Il documentario intimo e sincero come il suo protagonista è diretto da Amy Berg e co-prodotto da Brad Pitt. Dopo la standing ovation registrata al Sundance Festival, il film è stato presentato con successo all’ultima Festa di Roma. Ora arriva con Nexos Studios come evento al cinema il 16, 17 e 18 marzo pronto a soddisfare la folla di appassionati ansiosi di riannodare il legame con un artista magnetico. Attraverso materiali d’archivio inediti, messaggi audio personali e l’ultimo vocale lasciato alla madre, il documentario ripercorre la vita e l’eredità artistica di Jeff Buckley, a 60 anni dalla sua nascita (17 novembre 1966) e a quasi 30 anni dalla morte (29 maggio 1997), in un viaggio emozionale nella New York degli anni Ottanta e Novanta. It’s never over è una storia sull’amore e sul desiderio di essere amati, una storia di fragilità e insicurezze, di immenso talento, una storia familiare con un’ombra paterna così ingombrante da esserne schiacciati per la vita, ma soprattutto la storia di una delle voci più belle e uniche della storia del rock.

Amy Berg, che già su Janis Joplin aveva fatto la stessa operazione, ossia quella di restituire la persona oltre la fama immortale, prova a svelare il mistero Jeff Buckley riuscendo a far parlare per la prima volta la madre Mary Guibert cui era legato in modo viscerale e che è custode della sua eredità artistica, le compagne Rebecca Moore, Joan Wasser, i musicisti Ben Harper, Michael Tighe, Parker Kindred rivelando con immagini inedite, oltre quelle dei concerti e dello storico tour americano, il suo privato nel contesto culturale della New York degli anni Ottanta e Novanta. Grace, rimasto poi il suo unico album, ha segnato un’epoca ed è considerato tra i migliori dischi di tutti i tempi. E quelle cover che tanto amava, prima fra tutte Hallelujah di Leonard Cohen ascoltando la quale è impossibile non provare brividi. Jeff Buckley e quella voce meravigliosa, acrobatica, estesa a quattro ottave, baritono, tenore e falsetto insieme, capace di essere femminile e maschile, soul e rock, con dentro tristezza e energia, potente e intimista. Jeff strappa il cuore e continua a farlo in questo documentario commovente da vedere e rivedere per provare a saperne sempre un po’ di più di questo ragazzo che conobbe tardi il padre, e che padre: Tim Buckley, leggenda su leggenda, amandolo e respingendolo al tempo stesso, questo musicista che rischiò di non esibirsi perché la madre fumava l’erba con le amiche nel parcheggio antistante attirando gli strali della polizia di Los Angeles, questo giovane che viveva di musica e per la musica, vorace al punto da arrampicarsi sull’impalcatura del palco del concerto dei Led Zeppelin per respirare la loro energia, quel musicista in cui dentro convivevano Nina Simone, Zeppelin, Nusrat Fateh Ali Khan, Edit Piaf, Soundgarden per lui tutti miti che divennero i suoi primi fan.
Jeff Buckley, originario di Anaheim, una città della contea di Orange, nella California meridionale, muore prematuramente a Memphis. Vi si era ritirato per fuggire la pressione dei media, riposare da un tour epocale e preparare il secondo album in una modesta villetta coloniale affittata, leggenda vuole immergendosi nelle onde melmose del Mississipi sulle note di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin, annegato, con in corpo nessuna droga ma una birretta dopo aver lasciato messaggi di amore e orgoglio alla madre Mary che lo ebbe da Tom a 17 anni crescendolo da sola, alla dolce Rebecca e a Joan che ancora oggi non riesce a parlare senza scoppiare a piangere. Nel docufilm di Amy Berg costato anni e anni di indagini, archivio, interviste con l’obiettivo di restituire una persona particolare, Jeff dice: “La musica era mia madre, era mio padre”. Ma passò la vita a evitare il fantasma di Tim, anima inquieta di cui aveva ereditato la voce, morto a 28 anni per il solito mix alcol e droghe che negli anni Settanta portò via musicisti fenomenali.
di Eugenio De Bartolis