La perdita della coscienza del sacro

martedì 27 gennaio 2026


Il pensiero greco è il pensiero fondatore della tradizione occidentale. La sua posizione sostanziale afferma il connubio virtuoso tra sapere veritiero e timore delle forze sovrumane che condizionano la finitezza della vicenda umana, in quanto riconosce l’importanza della conoscenza incontrovertibile, “pietra su pietra”, dunque epistemica, che pone saldo il pomerio della città a misura d’uomo, ma riconosce allo stesso tempo che intorno alle mura della polis alberga il mistero di forze che in ogni momento possono soverchiare l’uomo e mettere in rotta i suoi disegni. Il pensiero greco deve venire a patti con queste energie traboccanti, piene di furore e per questo riconosce il valore dell’episteme, la scienza del “cammino del giorno” per usare un linguaggio parmenideo, che pone nella luce dell’essere ciò che è posto come buono e veritiero, negando al contempo quella parte di realtà predisposta alla doxa, all’apparenza e all’effimero che costituisce la scienza corrotta che porta l’uomo verso l’infelicità e la perdizione.

L’essenziale viene riconosciuto grazie alla scienza esatta che viene donata ai mortali da Zeus. Il dio osserva i sigilli di questa arte sapienziale e ne veglia l’autentico realizzarsi, attraverso la legge di Dike che porta sempre l’annientamento di ogni hybris che vuole concentrare su di sé, su un essente particolare, forze maggiori di quante sarebbero necessarie. Per affermare se stessa, hybris ha bisogno di annientare il diverso, altri punti di accumulazione di vita e materia da cui estrarre energia per concentrarla nel suo essere traboccante di vita e desiderio. Per il pensiero tragico non si danno punti privilegiati dell’esistenza. La vera conoscenza è comprendere che tutto è destinato a tramontare, niente è premiato dal privilegio rispetto alla legge, nemmeno la vita degli dei, e che la hybris è severamente punita dal volere degli olimpici o dal destino che saggiamente ha previsto il cammino dell’essere. Ma sebbene questo fato, di annientamento dell’annientante come dice Severino, di annientamento della hybris sia sempre in atto, come legge della giustizia e della provvidenza divina, la fede negli dei e la conoscenza veritiera che ne deriva permette di comprendere che anche il tramontante, il decadente viene sempre conservato nella sua essenza, e dunque perlomeno nel pensiero che rimane dopo la fine resta una traccia di ciò che è sempre stato nella grande matrice dell’essere. L’essente che cammina nella luce del Giorno, nella luce di episteme non viene mai distrutto, ma di esso rimane sempre lo spirito nel grande Tutto che permane, al di là dello spazio e del tempo, perlomeno sotto forma di pensiero, se proprio non si vuole evadere verso manifestazioni mistiche o elucubrazioni teosofiche, peraltro demodè

Le divinità ctonie, le Erinni o le Moire sanzionano chiunque voglia peccare di tracotanza e trasgredire la legge fondamentale dell’universo, per arrogarsi il diritto di permanere nell’essere con la propria particolarità a scapito di altre particolarità. L’annientamento del sé viene arrestato per il pensiero greco quando ci si arrende alla legge di Dike e si vive un percorso misurato nella luce dell’episteme, la veritiera conoscenza garantita dallo sguardo benevolo di Zeus. La civiltà occidentale si è costruita su questo cammino della vera conoscenza, e ha avuto le sue potenze fondatrici che dimoravano sicure nell’Olimpo, pensando giustamente che il sapere certo togliesse l’uomo dall’arbitro della smisuratezza e della volontà di potenza che acceca e porta verso la fine. 

Eppure, la nostra civiltà ha dimenticato anche il fondo selvaggio della natura e dell’universo sopra le quali questa conoscenza è stata iniziata. Il cammino dell’Occidente pratica la conoscenza che si manifesta sotto forma di scienza e di tecnica, ma proprio non ne vuole sapere di tornare con la mente a quelle Erinni che nell’Orestea di Eschilo sono state addomesticate, purché la città di Atene possa dispiegare la sua più matura vita politica, e in cui i più saggi possano volgersi al corretto esercizio di episteme e giustizia. Oggi è rimasta solo la conoscenza, ma è scomparso del tutto il timore panico che ha permesso al sapere di costituirsi.

Il sapere veritiero di episteme era necessario a superare l’angoscia provocata dalle forze sovrumane che avvincevano la dimensione umana, per comprendere che ogni essente sarebbe stato salvato nella luce eterna del grande Essere che ogni cosa avvolge. Ma di questa angoscia fondamentale non c’è più bisogno e per questo le Erinni, simbolo più vistoso di questo timore ancestrale, sono state rimosse. L’inconscio e i suoi misteri ridotti al più a un dominio freudiano delle passioni da venire bonificato grazie all’attività razionale, ma delle forze immani e segrete del cosmo non vi è più traccia nel pensiero della sera. È scomparso il tremore. Si è ritornati alla hybris di una nuova conoscenza “troppo umana” e che per questo si crede autosufficiente, mentre di Zeus, di Atena e di Apollo che hanno sancito il distacco dell’esperienza umana dalle forze infere che potevano soggiogarlo, non vi è più necessità di ascolto da parte dell’uomo. Si vive nella dimenticanza di ciò che è ulteriore, ma il sapere veritiero è la consapevolezza che l’ordine si dà proprio sopra un fondo incomprensibile e più vasto che non può essere misurato, e questo sentimento può essere definito come la coscienza del sacro.

Per questo l’Occidente rischia di rimuovere il suo rapporto fondatore con il divino e con ciò che si muove attorno al mistero, se non lo ha già rimosso del tutto, perché ciò che alla civiltà sta a cuore è solo il potere della conoscenza che permette all’essente di mantenersi più a lungo possibile nel cono dell’essere. Questo pensiero non è più sottoposto al giogo secondo cui ogni ente è destinato a tramontare. All’ente non basta più la consapevolezza che, malgrado il tramonto, l’essere eterno (Zeus) lo avrebbe accolto per sempre nella sua gloria, quello che importa è il permanere più a lungo possibile nelle ragioni della materia.

Il pensiero occidentale rischia di perdere il fondamento che si ha nel cammino dell’uomo che ricerca la sua salvezza, in quanto dimentica il fuori della dimensione umana e pensa che l’unica conoscenza possibile sia quella che si costituisce attorno al focolare addomesticato. Di Ninfe, contrade misteriose, incantesimi e incantamenti, ma nemmeno di luminosi templi olimpici che ricordano la maestà dell’universo eccedente, non resta nemmeno più la necessità di essere ricordati. La realtà è solo quella umana, ma gli dèi dai loro scranni, e con la loro vista acuta e soverchiante, per non parlare delle Erinni piene di furore per ogni ingiustizia, sorridono. 


di Mario Sammarone