martedì 27 gennaio 2026
Al Teatro “Ar Ma”, nei pressi di Piazzale degli Eroi, da anni specializzato in spettacoli d’autore, è andata in scena Norma Jeane Baker Mortenson, ovvero Marilyn Monroe: una pièce di Francesca Stajano Briganti, attrice di cinema, tv e, in teatro, anche regista, autrice e produttrice.
“Per costruire questo spettacolo ‒ spiega Francesca ‒ mi sono fatta delle domande, ed ho capito quello che realmente mi interessava capire, e svelare al mio pubblico. Chi era veramente Marilyn Monroe? Cosa c’è dietro la diva (di cui ricorre, quest’anno, il centenario della nascita, 1926 a Los Angeles), divenuta non solo immortale sex-symbol, ma anche icona della cultura pop (si pensi agli innumerevoli ritratti dell’attrice realizzati da Andy Warhol: culminati nel “Marilyn Diptych”, quasi una sorta di polittico medioevale, risposta di Warhol alla tragica morte della Monroe nel 1962)?
“Ho studiato con Giuliano Vasilicò, con Giancarlo Sepe, e altri maestri ‒ prosegue Francesca ‒ Bisogna studiare, confrontarsi con i maestri, mettersi in gioco. Un attore non deve mai smettere di imparare”. Perché il suo: “È un mestiere che si costruisce giorno dopo giorno. Si cresce, si sbaglia, si riparte… Il mondo cambia e (come nel giornalismo, n.d.r.) bisogna restare sul pezzo. Tutta quest’esperienza mi ha portato a realizzare uno spettacolo che è una visione spietata, divertente e a tratti anche ironica, del mondo hollywoodiano e dei suoi miti”.
In questa pièce, è la stessa Stajano Briganti a interpretare Marilyn, calandosi perfettamente nel personaggio. Colta nel disordine della sua casa, nel caldo soffocante di Los Angeles, nei giorni precedenti il 4 agosto, quello della sua morte (in circostanze mai pienamente chiarite: tuttavia, secondo il dottor Thomas Noguchi, autore dell’autopsia, la morte dell’attrice fu, con “alta probabilità”, un suicidio, per overdose di barbiturici; una successiva indagine formale, nel 1982, del Procuratore generale di Los Angeles si concluse senza nessuna credibile evidenza di un complotto). Idea originale, quella di immaginare che Marilyn sia invece vissuta per altri vent’anni, morendo ad agosto del 1982: il che consente alla sua agente per lo spettacolo (un altrettanto brava Roberta Bobbi) di proporle, pochi giorni prima di morire, un nuovo film col “mostro sacro” Roman Polanski.
In quei giorni di agosto, ecco Marilyn/Francesca rivivere in flash-back ‒ tra sonno, dormiveglia e inquietanti allucinazioni, con andirivieni anche di un angelo(?)-infermiere, l’attore mimo Nino Mallia ‒ i momenti più significativi della sua vita. L’infanzia e l’adolescenza, trascorse tra affidamenti ad amici e orfanotrofi (la madre, psichicamente malata e con gravi difficoltà economiche, non era in grado di prendersi cura della figlia), e nello struggente rimpianto - “ricordo” del padre (un impiegato alle vendite della Consolidated Film Industries, eclissatosi non appena saputo della prossima nascita di Norma). Poi il lento, ma progressivo successo nel cinema (dalla breve apparizione in Giungla d’asfalto, 1950, a Niagara, del ’53, all’ironico A qualcuno piace caldo”, 1956, Billy Wilder, allo struggente Gli spostati, regìa di John Huston, 1961, al fianco di Clark Gable e Montgomery Clift). E i matrimoni con personaggi del calibro di Joe DiMaggio e Arthur Miller, le frequentazioni di big della politica come anzitutto i fratelli Kennedy.
Ne esce un ritratto a tutto tondo dell’attrice, ingiustamente – e angustamente – relegata nel cliché di sola sex-symbol o bella svampita, in realtà donna di forte intelligenza e sensibilità, appassionata di arte e letteratura. Che, comunque, è passata alla storia anche come simbolo di un’epoca.
Tra gli ospiti intervenuti allo spettacolo, anche l’attore di cinema e tv Alberto Cracco, e il giovane artista Giorgio Federico Zela, nipote del pittore emiliano Mariano Zela (esponente della cultura italiana tra Seconda guerra mondiale e dopoguerra): al suo primo vernissage.
di Fabrizio Federici