lunedì 26 gennaio 2026
Dal frastuono alienante, tanto invadente quanto deleterio, del caos urbano, dove il rumore in ogni sua accezione mortifica la salute acustica e impera come colonna sonora di una società frenetica, oramai persa nei suoi spasmi isterici di tempistiche sempre più ristrette, ecco che emerge un barlume di soave luce melodica, il Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 in re minore, op. 30 di Sergej Vasil’evič Rachmaninov all’Auditorium di Roma. Il mio amore spropositato per questa opera sinfonica, intrisa di una struggente e romantica malinconia tipicamente russa, è nato in modo alquanto casuale. Invero, l’origine di questo mio innamoramento, senza alcuna soluzione di continuità, rappresenta la conferma del fatto che il cinema e la musica possono generare un connubio idilliaco, al punto da far toccare con mano l’eternità, con l’arte che raggiunge l’apice della sua assolutezza. Ebbene sì, sto parlando di ciò che mi suscitò il film Shine (1996), del regista australiano Scott Hicks, quando lo vidi per la prima volta al cinema e scoprii grazie al protagonista del film (l’attore Geoffrey Rush nel ruolo del geniale pianista David Helfgott) il Concerto n. 3 di Rachmaninoff, quando il sottoscritto scoprì la suddetta sinfonia in tutta la sua poetica tonale. Pertanto, veniamo ora alla cronaca della recente dimensione esperienziale vissuta durante il suggestivo concerto dello scorso venerdì 23 gennaio all’Auditorium di Roma.
In primis, bisogna evidenziare la grande qualità del programma impaginato dal direttore dell’orchestra Juraj Valčuha (nella foto) per il suo ritorno sul podio, cimentandosi in una delle prove più temute e, al tempo stesso, più ambite dal repertorio pianistico, ossia il Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 in re minore op. 30 di Sergej Rachmaninoff, autentico “Everest interpretativo” che coniuga un lirismo di struggente intensità a un virtuosismo di spietata complessità. Una scelta non casuale, quasi una dichiarazione di intenti, affidata per l’occasione all’energia magnetica e alla solidità tecnica del pianista Behzod Abdurahimov, protagonista indiscusso del concerto. Fin dalle prime battute, Valčuha imprime alla partitura un respiro ampio e narrativo, evitando qualsiasi compiacimento romantico di maniera. L’orchestra accompagna con un suono compatto ma trasparente, creando il terreno ideale su cui il pianoforte può innestarsi senza forzature, in una sincronia onirica. Abdurahimov affronta l’esposizione iniziale con un fraseggio sobrio, quasi trattenuto, che privilegia la linea melodica rispetto all’impatto virtuosistico immediato. Ciò rappresenta una scelta interpretativa matura, che restituisce al concerto la sua dimensione intimista prima ancora che spettacolare.
Nel primo movimento colpisce soprattutto l’equilibrio tra controllo e abbandono, questo perché la tecnica di Abdurahimov, formidabile e apparentemente inesauribile, non diventa mai fine a sé stessa, ma si mette costantemente al servizio della costruzione architettonica della narrativa musicale. Le celebri cadenze, affrontate nella versione più ampia e impervia, non sono un’esibizione muscolare, bensì rappresentano dei momenti di tensione drammatica, risolti con una chiarezza sorprendente anche nei passaggi più fittamente intessuti. Il secondo movimento, con il suo alternarsi di meditazione lirica e improvvise accensioni, costituisce forse il vertice poetico dell’esecuzione. Qui emerge in modo particolarmente evidente il dialogo raffinato tra solista e orchestra, in particolare Valčuha dosa con intelligenza le dinamiche, lasciando respirare i “legni” (strumenti a fiato) e sostenendo il pianoforte con un tappeto sonoro mai invasivo.
Abduraimov scolpisce le frasi con un tocco vellutato, capace di evocare un canto interiore che sembra sospendere il tempo, prima di rilanciare l’energia verso gli episodi più concitati. Il finale, spesso terreno scivoloso per il rischio di eccessi enfatici, viene affrontato con slancio controllato e notevole lucidità ritmica. La corsa verso la conclusione non perde mai coesione e anzi trova proprio nella precisione dell’incastro tra pianoforte e orchestra il suo punto di forza. L’entusiasmo del pubblico, esploso in un applauso lungo e convinto, suggella una lettura che convince tanto per il virtuosismo quanto per la profondità interpretativa, al punto da indurre i concertisti a eseguire un bis. Il bis, accolto con evidente gratitudine, offre un momento di intimità ulteriore, quasi un contrappunto lirico alla monumentalità del concerto appena concluso. In questo contesto sinfonico Valčuha dispiega appieno la sua visione sinfonica, confermando le qualità che lo rendono uno dei direttori più apprezzati della sua generazione, per il rigore strutturale, l’attenzione maniacale al dettaglio timbrico e la naturale capacità di mantenere viva la tensione narrativa. L’orchestra risponde con disciplina e partecipazione, mostrando una compattezza sonora che non sacrifica la ricchezza delle singole sezioni.
Nel complesso, il concerto del 23 gennaio 2026 si impone come un appuntamento di alto profilo sinfonico, capace di coniugare grande repertorio, interpreti di livello internazionale e una visione musicale coerente. Il ritorno di Juraj Valčuha sul podio non è solo un evento atteso, ma una conferma, ovvero quella di un direttore che sa costruire programmi intelligenti e dare loro unità espressiva, mettendo in dialogo orchestra e solisti in un equilibrio sempre vivo e stimolante. Al postutto, posso affermare senza alcuna esitazione di avere assistito a un concerto estremamente emozionante, che lascia nel pubblico la sensazione rara di aver gustato non una semplice esecuzione, ma una vera e propria esperienza musicale, condita di impareggiabile poesia, generatrice di una corroborante astrazione da tutta quella tossicità acustica e prosaica della società moderna.
di Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno